Bonifacio Angius: «Nel mio nuovo film gli eroi marginali delle periferie di Sassari e Cagliari»

“Ovunque proteggimi” è il titolo della pellicola che il regista comincerà a girare questa estate Francesca Niedda protagonista femminile. Al montaggioTravaglioli, collaboratore di Sorrentino

SASSARI. Avrebbe voluto girarlo già nel 2016. Ma si sa, nel cinema a volte si è costretti a rinviare i progetti. Adesso però, superati gli ultimi ostacoli della fase di pre-produzione, è tutto pronto. In estate, perché la storia che vuole raccontare richiede quella stagione, Bonifacio Angius tornerà dietro la macchina da presa per il suo nuovo lungometraggio. A tre anni dalla presentazione di “Perfidia” al festival di Locarno, prestigioso inizio del viaggio di un'opera molto apprezzata dalla critica ma anche dal pubblico, prenderà dunque forma “Ovunque proteggimi”. Questo il titolo, anche se ancora provvisorio. A pochi mesi dall’inizio delle riprese, il regista sassarese accetta di parlarne per la prima volta alla Nuova Sardegna. Un lavoro che dal punto di vista produttivo porta il marchio importante della Ascent Film di Andrea Paris e Matteo Rovere (già dietro a lungometraggi come “Smetto quando voglio” di Sydney Sibilia e “La foresta di ghiaccio” di Claudio Noce) con il contributo del Mibact e il sostegno della Film Commission regionale. «Sarà girato – anticipa Angius – tra Sassari, Cagliari e un paesino, una località sul mare che ancora stiamo valutando. Forse Fertilia o San Teodoro».

Ancora quindi la Sardegna come ambientazione e la vita di provincia al centro di un suo film?

«Sì, è una storia di provincia. La provincia come luogo fertile per sogni semplici e forse impossibili, ai quali i personaggi si aggrappano come ultima speranza, per iniziare finalmente, forse troppo tardi, una vita degna di questo nome. Verso un desiderio di “normalità” che appare sempre più lontano. Un film legato al tempo in cui viviamo, che nasce da ricordi, da situazioni vissute e immaginate, da me stesso e da persone che ho conosciuto. Persone fragili, invisibili, ma al tempo stesso capaci di commettere atti incoscienti in reazione alla frustrazione quotidiana».

In questo senso si ricollega in qualche modo a “Perfidia”?

«In un certo senso riprendiamo da dove avevamo finito, però “Ovunque proteggimi” sarà un film un po' più solare, con delle grandi aperture e maggiore ironia. Un incontro tra due solitudini, una storia d'amore tra due personaggi che vivono ai margini e si scontrano continuamente con i luoghi comuni dettati da questa società. Ho in mente in realtà di fare un trilogia sulla famiglia: se “Perfidia” mostrava la distruzione di un piccolo nucleo familiare, questo film racconterà invece la creazione di una piccola famiglia, ma fuori da ogni canone».

A quando risale la stesura del soggetto?

«Più o meno al 2014. Scritto con Fabio Bonfanti e Gianni Tetti».

Con i quali aveva già lavorato. Saranno impegnati altri collaboratori abituali?

«Al montaggio dovrebbe esserci Cristiano Travaglioli, il montatore di Sorrentino e non solo, che già aveva supervisionato il lavoro di “Perfidia”. La novità principale è dal punto di vista produttivo, il coinvolgimento della Ascent Film di Andrea Paris e Matteo Rovere. Quest’ultimo anche regista di un grande successo dell'anno scorso qual è stato “Veloce come il vento” con Stefano Accorsi».

Ha già scelto gli attori protagonisti?

«Sì, saranno Alessandro Gazale e Francesca Niedda».

Visti nei ruoli principali del recente corto “Domenica” che poche settimane fa ha presentato anche in Cina, al festival di Shenzen. Realizzarlo è servito come prova per questo nuovo film?

«È stato sicuramente un ottimo banco di prova, anche se i personaggi che interpreteranno adesso sono molto diversi. Un uomo e una donna che vivono le stesse emozioni, hanno gli stessi desideri e sono alla ricerca della stessa cosa: la comprensione, la normalità, la libertà di essere quel che sono. Anche se sono molto differenti tra loro: lui è un timido che ha bisogno dell’alcol per superare i suoi blocchi, lei ha un carattere espansivo che nasconde in realtà ansie e paranoie spesso assurde».

Ma come nascono i suoi personaggi?

«Da diverse suggestioni, alcune molto personali, altre colte nell’aria, osservando e ascoltando. Cerco sempre di creare film di personaggi, di mettere al centro di tutto le analisi psicologiche e descrittive dei personaggi stessi. In contrapposizione a questa sorta di voyeurismo che è il cinema del reale, dove spesso si cerca di raccontare realtà distanti all’autore. A me invece interessa molto di più qualcosa che conosco, guardare dentro me stesso ed esternare queste sensazioni. Parto dalle mie paure, dal timore di fallire, di non riuscire ad andare avanti nella vita. Raccontarle in forma cinematografica diventa quasi un modo per esorcizzarle».

Che ruolo gioca nello sviluppo descrittivo dei personaggi il luogo in cui si muovono e il modo in cui vuole renderlo visivamente attraverso l’occhio della camera e la fotografia?

«L’aspetto visivo, fotografico, è sempre di fondamentale importanza. I personaggi devo essere inseriti in un luogo ben descritto, che ha la sua atmosfera. Però sempre filtrata dalla mia esperienza, dal mio occhio, quindi più che di realismo parlerei di un'astrazione della realtà. Il racconto è credibile, ancorato al reale, ma allo stesso tempo costruito attraverso un discorso introspettivo. Sulla mia visione personale del mondo, sulla mia idea di cinema».

Un’idea precisa di cinema che ha come riferimenti quali registi?

«Per quanto riguarda il cinema contemporaneo, mi piace molto Garrone. Considero il suo “Reality” probabilmente il miglior film italiano

degli ultimi vent'anni. Ma guardo come riferimenti soprattutto allo Scorsese degli inizi, a John Cassavetes. E poi al primo amore che resta Fellini: cerco di rifare da sempre “Le notti di Cabiria”. Anche se il soggetto viene poi completamente diverso, continuo ad avere quel film in testa».

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