La Nuova Sardegna

Sassari

Il ritorno di Rumundu, in bici sognando un mondo più verde

di Luigi Soriga
Il ritorno di Rumundu, in bici sognando un mondo più verde

Stefano Cucca racconta il suo incredibile viaggio di un anno su due ruote tra cinque continenti e 32mila chilometri

10 giugno 2014
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SASSARI. La prima curiosità era questa: arriverà in bicicletta o si è fatto subito corrompere dalla comodità delle quattro ruote? Stefano Cucca si presenta con un barbone che sa di strada e poco albergo, e poi zainetto, maglietta e calzoncini. Buon segno: ancora non ha smesso di pedalare. E a pensarci, per uno che ha 32mila chilometri sulle gambe, i 13 che separano Sorso con Sassari sono giusto un sospiro. Insomma, l’intervista parte bene: Rumundu non ha perso neanche un punto.

Bicicletta. A dire il vero non sa nemmeno se la comprerà un’automobile: «Amo la bici perché credo che mi somigli: ha poche necessità, si confonde con il paesaggio senza disturbare, le piace sentire la consistenza dei diversi selciati». E poi costringe a rallentare, e dunque a immergersi nella consistenza del paesaggio. Riesci a fendere la superficie dei luoghi, e a guardare dentro una materia umana dalle mille sfumature. «Se mi chiedi quale sia il posto più bello tra i cinque Continenti che ho visitato, non ti saprei rispondere. Non ho mai voluto obliterare le immagini da cartolina, più che i luoghi mi ha sempre incuriosito la gente. Sono gli sguardi e i sorrisi le cose che mi sono rimaste impresse».

Il progetto. In effetti se Stefano Cucca è salito su un sellino ed è sceso solo dopo un anno, non è per cimentarsi in un turistico giro del mondo. Dietro tanti chilometri c’era un progetto ben preciso, e cioè la scoperta di storie, uomini e stili di vita sostenibili. E siccome l’armonia con la natura ha tante gradazioni di verde, Cucca è andata a pescarla nei posti più disparati del mondo: in un terrazzo con orto ritagliato nel cuore cementificato di Manhattan, oppure in Australia o in Cambogia. «Andare in bicicletta ti mette nella condizione di fermarti e imparare ad apprezzare lo scorrere del tempo. Io lo definisco un rallentare curioso. Ti senti un uomo “libero” e sembra quasi che tutte le persone che incontri percepiscano in te qualcosa di strano, di diverso. Viaggiare ti spoglia, ti ricopre di un’energia che chi hai davanti percepisce. Senza rendertene conto ti trasformi in una sorta di calamita».

Incontri. Così gli incontri occasionali sono una costante quotidiana, e l’agenda di Stefano Cucca si è riempita di centinaia di nomi fino a un anno fa sconosciuti. Alcune sono persone famose, che hanno qualcosa a che fare con la green economy. Ma per la maggior parte si tratta di gente qualunque, di passanti incrociati per caso. «La cosa che ho imparato è che nel mondo c’è un’umanità inimmaginabile. Fare amicizia è semplicissimo, anche se non conosci la lingua e ti capisci a stento». Spesso tra le persone si instaura una alchimia istintiva: la sensazione di avere così tanto in comune da potersi capire bene a gesti e pacche sulle spalle. «In Giappone comunicavo con gli inchini, in Vietnam bastava un sorriso per entrare in sintonia. A New York, mentre ero fermo a un semaforo, ho incrociato lo sguardo di una ragazza, che mi ha chiesto da dove venissi. Da quel momento abbiamo trascorso insieme una giornata a chiacchierare. Mi ha raccontato la sua storia, era una homeless, viveva sotto i ponti, e solo da un anno aveva trovato un lavoro».

Ospitalità. L’altra cosa straordinaria è l’ospitalità: «Un giorno mi sono ritrovato nei guai. Avevo rotto il cerchio della bici, non potevo proseguire. Una coppia mi ha soccorso, mi ha accompagnato ad aggiustare la ruota. E mentre aspettavo ho conosciuto un’altra persona, che ha voluto sapere la mia storia e mi ha lasciato le sue chiavi di casa. Io sono fuori per lavoro per qualche giorno, mi ha detto, la porta si apre così. Tu stai in casa e riposati, resta fin quando vuoi. Quando decidi di andare via, la porta si chiude con quel tasto. Altruismo e totale fiducia nel prossimo: in quella casa c’erano soldi e carte di credito e quell’uomo mi aveva conosciuto da mezz’ora».

Condivisione. L’altra parola d’ordine è condivisione: «In questo giro del Mondo ho ricevuto un’infinità di regali. Braccialetti, oppure oggetti che avevano un grande valore affettivo per chi li donava. Io di queste cose non ho tenuto niente, perché anche io ricambiavo sempre il gesto di cortesia con un mio dono. Ciò che regalavano a me io regalavo agli altri. Alla fine non mi è rimasto nulla, ma di questa catena di affetti mi è rimasto tutto. La vera condivisione è regalare agli altri qualcosa a cui tieni».

Luoghi sempre uguali. Posto che vai, multinazionale che trovi. E la colonizzazione commerciale e industriale lascia tracce profonde. «Lo ha fatto da noi il petrolchimico, perché non dovrebbe accadere in altri luoghi del mondo. Il meccanismo è sempre il solito, applicato dal Vietnam all’Australia. Le multinazionali impongono i loro format urbanistici, sdradicano le culture locali, e a migliaia di chilometri scopri città e quartieri tristemente simili, con il loro Mc Donald e i loro centri commerciali e le industrie fumanti in periferia».

Radici. Eppure dopo aver visto mezzo mondo, la tentazione di restare e continuare a vivere da qualche altra parte non ha nemmeno sfiorato Stefano Cucca. «La Sardegna è una terra meravigliosa e poco sfruttata. In Cambogia ho visto comitive che pagavano solo per vedere i tramonti. Io spero di riuscire a utilizzare questo straordinario bagaglio di esperienze per migliorare la vita delle persone. Ora il mio sogno sarà quello di realizzare qui un incubatore per imprese innovative ed ecosostenibili».

Da Sorso, agli Usa e all’Australia: un’avventura cominciata come una barzelletta, dopo un sorso dalla Billellera

E’ partito un anno fa, precisamente l’8 giugno 2013, dopo aver bevuto l’acqua della Billellera. E’ cominciata un’avventura che aveva i contorni di una barzelletta: “un sorsese in giro in bicicletta per il mondo”. Ma Stefano Cucca non è un improvvisato, e nemmeno un Hippy o un Forrest Gump. Laurea in Economia e commercio, master in progettazione europea, e poi un trascorso da iron man. Quindi ha dalla sua una grande capacità di sviluppare un progetto, i contatti istituzionali, gli sponsor, e anche due gambe e un fisico che gli consentono di macinare chilometri. Ecco perché in un anno è stato capace di attraversare cinque continenti e coprire in bici 32 mila chilometri. Senza mai correre rischi veri, senza aver paura, incontrando autorità, grossi manager ma anche centinaia di persone qualunque. Ha attraversato Italia, Svizzera, Germania, Francia, Lussemburgo, Belgio, Olanda, ancora Germania, Danimarca, Islanda, coast-to-coast negli Stati Uniti passando per il Canada, Giappone, e Cina e poi Vietnam, Cambogia, Thailandia, Malesia, Singapore, Indonesia, Australia, Nuova Zelanda, Sud Africa per poi rientrare in Italia attraversando la Turchia e la Grecia.

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