Segreto di Stato sull'arsenale di Zhukov

Palazzo Chigi non risponde alle domande del pm Rossi della Procura di Tempio

TEMPIO. La «destinazione finale delle armi confiscate e custodite nelle riservette di Santo Stefano è assoggettata al vincolo del segreto di Stato». Poche righe, quelle inviate dallo stato maggiore della Marina Militare, per bloccare l'inchiesta avviata dalla procura della Repubblica di Tempio nel giugno scorso, quando quattro container dell'Esercito italiano, nei quali erano stipati fucili mitragliatori, missili terra-aria e munizioni, furono trasferiti dai bunker sotterranei di Santo Stefano, utilizando traghetti Saremar e Tirrenia sulle tratte La Maddalena-Palau e Olbia-Civitavecchia. Riccardo Rossi, il sostituto procuratore della Repubblica che aveva aperto l'indagine dopo le rivelazioni della "Nuova Sardegna", non commenta il provvedimento emanato dalla Presidenza del Consiglio dei ministri. Il segreto di Stato inibisce qualunque azione giudiziaria, azzera quanto finora accertato dalla magistratura sulle modalità del trasporto di materiale bellico, avvenuto utilizzando navi di linea stracariche di ignari passeggeri, e annulla le reticenti e sempre più vaghe risposte ottenute dai vertici della Marina Militare che, nell'affidare quel micidiale carico di materiale bellico ad uno spedizioniere internazionale di Reggio Emilia, si trincerò inizialmente dietro un decreto legge proposto dall'esecutivo nell'agosto del 2009, ma mai convertito in legge. Quindi inefficace. Lo spedizioniere internazionale emiliano ha invece trasferito nel maggio scorso (ma per ordine di chi?) i quattro container militari - che viaggiavano sotto scorta armata e la vigilanza di reparti dell'Esercito Italiano - utilizzando i traghetti passeggeri della Saremar e della Tirrenia. Le armi, sequestrate nel'94 a bordo del cargo "Jadran Express" durante l'embargo per la guerra nella ex Jugoslavia, erano destinate alla distruzione, dopo la confisca e il processo contro i presunti trafficanti di armi, tutti assolti dal tribunale di Torino. Un'ordinanza della magistratura del 2006 è stata disattesa per «motivi economici». Sarebbe stato infatti troppo dispendioso trasferire quel carico di materiale bellico in una base dell'Esercito (meglio ancora, un reparto di artiglieria) per la distruzione. Ma sarebbe stato, volendo essere pignoli, alquanto facile trasportare via terra i Kalashnikov (32 mila fucili) i 400 missili terra-aria, i 5mila razzi Katiuscia e 32 milioni di cartucce per fucile mitragliatore AK 47 nella più grande base sperimentale a cielo aperto esistente in tutto il Mediterraneo: il poligono militare interforze del Salto di Quirra, dove si spara di tutto: proiettili e missili di ogni genere. Ma, con molta probabilità, era più facile (all'insaputa della magistratura torinese, che ne aveva disposto la distruzione) cambiare - a seconda delle esigenze della Farnesina - la destinazione finale di quelle armi. Un luogo, o una nazione, che ora rimarrà un mistero per via del segreto di Stato. Un segreto di Stato che, applicato per la quarta volta dai governi a guida Berlusconi, viene opposto per ben due volte alla piccola, ma operosa procura della Repubblica di Tempio. Il primo segreto di Stato venne esibito (e contestato con un conflitto di attribuzioni davanti alla Corte Costituzionale dall'allora procuratore della Repubblica, Valerio Cicalò) per i presunti abusi a Villa Certosa, la residenza sarda del premier. Che, da allora (i fatti risalgono al 2005) è ritenuta e protetta come «domicilio del capo del governo e dei suoi familiari». Ora il secondo segreto di Stato, al quale non è possibile opporsi in quanto relativo a materiale bellico, che rientra nella sfera della sicurezza nazionale e della difesa dello Stato. Per arrivare a questo stato di cose, e quindi al nuovo mistero italiano, è bastato un piccolissimo intoppo: il trasporto, alla luce del giorno, di quattro container militari su navi passeggeri. Seguito dall'affastellarsi di precisazioni «le armi erano state rese inerti», di esibizioni di decreti mai convertiti in legge e delle sempre più rigide chiusure a riccio dei vertici della Marina Militare, dell'Esercito e dei servizi di sicurezza nazionali. Anche gli 007, infatti, sono stati investiti del caso. Un ormai insostenibile valzer di scaricabarile che ha reso indispensabile mettere un freno a quel magistrato troppo
curioso, che voleva sapere perché un micidiale carico di armi era stato trasportato su una nave che viaggiava con 732 passeggeri. Tra i quali donne, bambini e un nutrito gruppo di anziani in gita turistica.

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