Cocaina a Cortina, due «re della notte» patteggiano la pena

Un anno e 11 mesi a Turis, sei mesi e 3.000 euro a Piras: per lui cade l'accusa di aver consentito lo spaccio nel pub

    di Antonello Palmas

    CORTINA D'AMPEZZO. Hanno deciso di patteggiare gli arzachenesi Giovanni Piras (50 anni) e Antonello Turis (54enne), due dei "re" delle movide ampezzane e galluresi, tra gli accusati dell'operazione "White Powder", che nello scorso maggio aveva coinvolto i gestori del disco-pub "Cristallino Clipper" di Cortina, portando all'arresto di sette persone (tra cui un gruppo di sardi) a alla denuncia di altre ventotto. L'ipotesi formulata dagli investigatori era che all'interno del locale, tra i più noti della località sciistica del Bellunese, ci fosse un traffico di coca tollerato dai gestori. Piras ha patteggiato sei mesi di reclusione e 3000 euro di multa (pena sospesa) per la sola cessione di modiche quantità di stupefacenti: per lui infatti è caduta l'accusa più grave, cioè che avesse consentito il traffico; Turis un anno e 11 mesi di reclusione, perché, oltre alla cessione di modiche quantità, gli è stato riconosciuto il fatto di aver tollerato lo spaccio.

    Massimo Verona (42enne figlio del fondatore del "Sottovento" e fratello del gestore) ha invece scelto di difendersi dalle accuse: da vedere se con il rito ordinario o quello abbreviato. Davanti al gup avevano patteggiato invece due anni di reclusione e 3.000 euro di multa Ermir Islami, un albanese considerato il centro dello spaccio, e l'ex compagna di origine sarda, Laura Nieddu, ai quali è stata tolta la misura cautelare degli arresti domiciliari. In sospeso la situazione di Massimiliano Flore, il nuorese ex titolare dell'Open Space (altro locale cortinese nel mirino dell'indagine.Giovanni Piras, gestore del Peyote, si dice provato da questa storia: «Siamo finiti nei guai perché qualcuno ha usato "anche" il nostro locale per le sue attività e noi ci siamo passati di mezzo. Cio che importa ora è che sono stato scagionato dall'accusa peggiore, aver consentito lo spaccio nel locale. Se ho mai sospettato? Da noi c'erano sempre 2-300 persone, impossibile controllare tutto. Hanno detto che la droga veniva lasciata nello sciaquone del bagno e poi l'acquirente passava alla cassa per pagare. Ma dai… Le intercettazioni hanno escluso ogni mio coinvolgimento».

    E commenta con amarezza che «ormai il danno è fatto, la proprietà non ha confermato la gestione: 17 anni di lavoro gettati al vento. Era la mia attività invernale. Mi sono fatto una settimana in carcere, sapendo di essere innocente – dice Piras –, sono finito in tutte le prime pagine, ci hanno chiamato "la banda dei sardi" e ho temuto: c'era grande pressione sulla vicenda, anche su facebook (dove sono apparsi interventi diffamatori dei quali qualcuno risponderà). Le accuse di un ex dipendente non hanno evidentemente trovato riscontro almeno nei miei confronti. Un'esperienza che non auguro a nessuno, di quelle che segnano».

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    06 dicembre 2012

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