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Badu ’e Carros, l’occasione delle donne

Tre professioniste di Nuoro portano avanti un progetto di psiconutrizione e sport per le detenute del penitenziario

NUORO. «Nella nostra condizione è facile veder tutto nero, ma grazie all’impegno di tante persone è possibile osservare le cose da una differente prospettiva». Sono le donne di Badu ’e Carros a ringraziare chi scende in campo per dare loro una mano, un’occasione, una prospettiva. «Inutile “sperare” di migliorare e di star meglio se non siamo pronte a cogliere al volo ogni buona opportunità che ci viene offerta – sottolineano in coro le sei detenute del carcere nuorese –. Questa opportunità adesso, nonostante mille barriere, è alla nostra portata». «Una opportunità che dovrebbe farci capire che il cambiamento è l’essenza della vita – dicono dalla sezione femminile della Casa circondariale –. Per ottenerlo dobbiamo essere pronte a “lottare” e magari a rinunciare a ciò che pensiamo essere e ad accogliere con gioia ciò che potremo diventare. Il cammino è lungo, ma siamo in buona compagnia, così come la vita è più bella quando cerchiamo di vederla bene».

È con queste parole che le sei detenute di Badu ’e Carros ringraziano Mariantonietta Sanna, Ivana Patrizia Tedde e Miriam Mura. Insegnante di Scienze motorie, la prima; psicologa e psicoterapeuta, la seconda; biologa nutrizionista, la terza. Tre donne, tre professioniste, tutte e tre di Nuoro, volontarie sempre pronte a “sporcarsi le mani” (per dirla con papa Francesco) pur di correre in aiuto di altre donne. Sono loro, infatti, Sanna, Tedde e Mura, che nella sezione femminile del penitenziario barbaricino portano avanti il progetto “Diamoci una mossa”, sulla scia di “Due ali rosa”, all’interno del più vasto “Liberi nello sport”, ormai giunto alla quarta edizione. «L’idea è quella di far sperimentare un percorso di psico-nutrizione alle donne presenti all’interno del carcere» spiegano le tre volontarie. «Una buona dieta non basta per mantenersi attive e motivate – spiegano – bisogna cambiare il proprio modo di guardare il cibo. L’obiettivo è un cambiamento permanente a livello cognitivo». Guerra aperta dunque alle “credenze distorte” e ai “pensieri automatici negativi” che interferiscono sul processo di regolazione del peso. Ancora di più interferiscono in un mondo “ristretto” qual è il carcere, dove non tutto è possibile né a portata di mano. «Il nostro impegno – vanno avanti Sanna, Tedde e Mura – consiste nel favorire il benessere psicofisico delle donne in carcere tramite l’acquisizione di un nuovo modo di essere: un nuovo modo di mangiare, vivere e pensare». È lo stile di vita, insomma, che gioca un ruolo fondamentale. «Il bere e il mangiare in modo corretto – dice Miriam Mura – rappresentano il 50% delle azioni capaci di esercitare influenza non solo sulla salute fisica, ma anche su quella mentale». «L’attività fisica – aggiunge Mariantonietta Sanna – permette di scaricare lo stress e mantenersi in forma, con evidenti ricadute sia sull’aspetto estetico che su quello emotivo e psichico». «L’intervento psicologico – sottolinea Ivana Patrizia Tedde – è indispensabile per agire a un livello più profondo». Tre aspetti, alimentazione, attività fisica e supporto psicologico, complementari fra loro, «un ulteriore tassello nel programma di attività già presenti nell’Istituzione penitenziaria per favorire il formarsi di quella serenità interiore che è indispensabile per una vita autentica e sana».

È con questo spirito che ogni settimana Sanna, Tedde e Mura dedicano alcune ore del loro tempo alle sei detenute di Badu ’e Carros. Lezioni frontali, discussioni di gruppo, confronto e colloqui individuali. Attività fisica, aerobica, ginnastica di tonificazione, magari in stanze adattate all’occorrenza visto che nel penitenziario nuorese non c’è una vera e propria palestra.

«Attraverso la proposta di linee guida, suggerimenti, esercizi, indicazioni di pronto utilizzo, portiamo avanti – spiegano ancora le tre volontarie – un programma di apprendimento teorico-pratico dei principi che regolano una sana e corretta alimentazione: corrette abitudini alimentari più attività fisica». «Il nostro progetto si inserisce nel più ampio quadro dei progetti promossi all’interno dell’Istituzione penitenziaria volti a dare la possibilità all’individuo di utilizzare il tempo della carcerazione non soltanto in termini di detenzione e sconto di pena, ma anche come possibilità offerta al soggetto di rieducazione e risocializzazione cioè come luogo di trasformazione dell’individuo». È il desiderio «di aiutare le persone a vivere rispettando maggiormente se stesse e gli altri, favorendo così il conseguimento di quell’equilibrio che è alla base della serenità e della salute mentale».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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