di Mario Carta
SASSARI. Solo i più forti ce la faranno. Ma sarà comunque una strage, e tra tanti condannati i due ippodromi sardi sono quelli che meno di tutti ci stanno. Così aderiscono alla serrata che partirà il primo gennaio 2012 e da buoni scommettitori vedono e rilanciano, per una ripresa che non preveda solo biberon statali, ma autodeterminazione e iniziativa privata
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Dopo due anni sono venuti tristemente a mancare i «soliti» 150 milioni di rabbocco statale, e il luttuoso annuncio dei nuovi tagli fa ancora più male: da 400 milioni l'anno si precipita a 250, con un calo da 90 a 60 degli importi per gli ippodromi e da 190 a 112 per i montepremi delle corse. Che caleranno ancora. Per questo, pochi ippodromi riusciranno a sopravvivere.
Non si tratta di chiudere il recinto quando gli animali sono già scappati. Si tratta di farli correre, i cavalli, e insieme a loro un indotto che in Sardegna ha numeri importanti. Ma il sistema complessivo dei 43 ippodromi italiani non regge la crisi, e mentre i soldi delle scommesse sarde - non in calo, contrariamente al resto d'Italia - vanno a foraggiare buchi altrui, l'impressione è che dalla barca che affonda si voglia scaricare la zavorra di periferia, a partire dalla Sardegna. Dove è annunciata la mobilitazione, guidata dagli amministratori pubblici di Sassari, Ozieri e Medio Campidano.
Emerge però la necessità-virtù di una riqualificazione degli impianti, compresi il Pinna e il Meloni. La medicina, che non potrà prescindere dalla revisione del sistema-scommesse, dovrà essere la ricerca della massima autosufficienza, per un'autonomia finanziaria che vedrà gli ippodromi trasformarsi in strutture polifunzionali, in grado di proporre e produrre. A Sassari e Chilivani dovranno intensificarsi i rapporti con le amministrazioni Comunali, e non basterà - per fare un esempio - il campo-prova del golf. Ad andare in buca dovrà essere una pratica fantasia altrimenti i cavalli torneranno sì a correre, ma in campagna.
15 dicembre 2011