Sassari, a Santa Maria di Pisa c’è voglia di riscatto

Viaggio nei quartieri. I residenti lottano contro i pregiudizi e l’abbandono delle istituzioni. Le richieste: negozi, servizi e nuove attività per levare i ragazzi allo spaccio

SASSARI. La storia inizia proprio così: era una notte buia e tempestosa. Un trailer di diluvio universale. Era il 1976 e Saturnina Tanda, dalle vetrate grondanti della sua Farmacia di via Leoncavallo, scorse i camion che parcheggiavano. «Sembrava di assistere a una deportazione di massa – racconta – tutti i poveri e i senza casa di Monte Lepre venivano trasferiti qui». Il famigerato “Serpentone” nacque in questo modo, e con lui l’embrione di Santa Maria di Pisa, il cosiddetto Bronx, il cuore pulsante dello spaccio, il distillato di povertà, tossici e disagio. Sono trascorsi 40 anni e l’immagine di questo quartiere e dei suoi 5500 abitanti, nella testa dei sassaresi è ancora quella del ghetto.

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«È una cosa che mi fa rabbia – dice Saturnina Tanda – perché la gente non ha la minima idea di quante risorse abbia questa parte di città sempre ai margini e sempre più dimenticata. Il valore aggiunto di Santa Maria di Pisa sono proprio gli abitanti, la loro dignità, la forza solidale e soprattutto la loro profonda voglia di riscatto». Lo stigma c’è sempre, e lo sanno bene i ragazzi quando vanno alle superiori: «Se mi chiedono dove abito, io dico la via, ma evito di nominare il quartiere». E lo stesso ai colloqui di lavoro: la residenza a Santa Maria di Pisa equivale a 20 punti in meno. Il pregiudizio ha un peso specifico sulla vita delle persone, e questa voglia di scrollarselo di dosso si percepisce negli abitanti. Ma da soli non hanno le forze, e l’Sos lanciato alle istituzioni finora è sempre rimasto inascoltato. «I politici si vedono solo durante le elezioni e poi spariscono assieme alle loro promesse – si lamenta Alberto Cau – da 50 anni siamo abbandonati a noi stessi».

Questo fermento, questo ribollio sociale e questo materiale umano di qualità lo hanno intercettato subito gli operatori di IntHum, (Laboratorio Interculturale di Ricerca e Promozione della condizione umana), un’associazione che lavora alla crescita sociale, e collabora con l’Università e con i Servizi sociali del Comune. Da due anni Andrea Vargiu, docente di Sociologia, e il suo staff, si immergono nel sottobosco di Santa Maria di Pisa. Lo fanno innanzitutto con le “camminate di comunità”, incontrando le persone, poi con questionari e interviste, e infine con incontri settimanali con gruppi di lavoro. «Non ci interessa solo mappare il disagio e i disservizi – dice Andrea Vargiu – ma ancora di più scoprire quali sono le risorse e le potenzialità. E qui ci sono aspetti che non trovi da altre parti. Tanti residenti attivi che si prendono cura sia degli spazi che delle persone».

E il gruppo di lavoro ha tradotto questa energia in progetti, elaborando una Santa Maria di Pisa ideale. «Pensate a qualcosa di fattibile subito, e a qualcosa da realizzare entro 10 anni». E la testa dei residenti comincia a buttare giù idee. «Se si vuole aprire il quartiere – dice Saturnina Tanda – bisogna cominciare da via Leoncavallo. Bisogna creare attività commerciali, un mercatino, e piccole attività artigianali. L’esempio del lavoro funziona, e distoglie i ragazzi dallo spaccio». Per Giovanni Ruiu, operaio impegnato nella politica, un’occasione di sviluppo potrebbe arrivare dagli orti urbani: «Utilizziamo le aree dell’Agraria, facciamo coltivazioni biologiche a chilometro zero che poi vendiamo nel quartiere». E ancora il rilancio di piazza Dettori: «La fontana non serve. Avrebbe più senso un palco permanente con allacci per gli strumenti musicali. E la piazza deve diventare un polo polifunzionale, con spettacoli e sport e wi-fi gratuito». «Dobbiamo riappropriarci degli spazi: la terra di nessuno viene colonizzata dallo spaccio». E le istituzioni dovrebbero intervenire presidiando il territorio, invece di scappare dal Bronx. «Istituire nuovamente un posto di polizia fisso, e ristabilire una percezione di legalità con i vigili urbani di prossimità». E ancora riaprire l’ambulatorio comunale, per il quale esistono i locali e anche una delibera: «La popolazione di Santa Maria di Pisa sta invecchiando – dice Mariuccia Monni – io ho lavorato per anni in nel presidio sanitario di via Bottego. È un servizio indispensabile. Ci arrangiamo con la solidarietà, ma io sono anziana e fino a quando avrò le forze di andare casa per casa a fare le iniezioni gratis?».

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