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Torre dei Doria, inchiesta sul restauro-scempio

Santa Maria Coghinas, la Procura indaga sui lavori nella fortezza medievale costati 250mila euro: pietre bianche, tetto di tegole moderne, muro di cinta raso al suolo per far passare i camion - FOTO - VIDEO

SANTA MARIA COGHINAS. Non sono tanti i luoghi capaci di riempire così gli occhi. Tanto che da quassù lo sguardo pialla ogni cosa in una distesa infinita, e vien voglia alzare un desiderio al cielo, sancire un giuramento, fare una solenne promessa.

Forse, anche per questo, la Torre dei Doria avrebbe meritato molta più gratitudine e soprattutto più rispetto. Perché questo piccolo baluardo ha resistito ai secoli, alla smania di devastazione dei piemontesi, alla pioggia e al vento, ma contro il cattivo gusto e la mano scellerata dell’uomo c’è poco da difendersi. Certi restyling frettolosi possono essere più distruttivi di un terremoto. Come quelle chirurgie plastiche che pretendono di piallare le rughe e le cicatrici del tempo con secchiate di silicone. Qualcuno dovrebbe pagare e forse a breve pagherà per questo insulto al passato.

Per ora la magistratura ha posto sotto sequestro i resti del castello, gli agenti della forestale hanno sistemato i sigilli, e il pubblico ministero ha notificato gli avvisi di garanzia ai titolari della ditta che ha eseguito il restauro, al responsabile dell’ufficio tecnico del Comune e al direttore dei lavori: l’accusa è danneggiamento di beni culturali. Ed è un vero peccato vedere il Castello dei Doria rammendato di bianco, con delle toppe di pietra chiara che hanno la delicatezza estetica di un pugno dritto sullo sguardo. Eppure il suo abito di porfido rosso e granito gli conferiva un aspetto maestoso e solido, sicuramente molto più fiero rispetto a questa improbabile mise bicolore.

E poi lo scempio più assurdo è in cima alla torre. L’ultima cosa che uno potrebbe aspettarsi è un tetto fatto di tegole lucide e arancioni, che sembrano tirate fuori dalla scatola delle casette Lego. È come mettere un copricapo di pannelli fotovoltaici sopra un nuraghe. Uno pensa: mica facile ricostruire la copertura come era in origine. E invece il tempo aveva riconsegnato integra anche quella, con le antiche tegole annerite dai secoli e sbeccate dalle intemperie. Niente da fare: tutto smantellato e lasciato per terra come inutile materiale di risulta.

Poi a ottobre gli agenti della forestale hanno ispezionato ancora il cantiere, hanno scoperto le tegole, hanno visto tra i cumuli anche una trave lignea antica, tagliata in due con la motosega, e hanno segnalato il ritrovamento alla magistratura.

Ora ogni cosa è custodita nella sala consiliare del Comune di Santa Maria Coghinas, avvolta dal nastro bianco e rosso, con il sigillo della Procura. Il sindaco Pietro Carbini, ogni volta che ci butta l’occhio scuote la testa: «Tre gioielli abbiamo in paese: le Terme, la chiesa e il Castello. È incredibile come è stato ridotto quest’ultimo. Lo scempio è sotto gli occhi di tutti, e tutti se ne lamentano». Ed è un vero peccato, perché il Castello dei Doria, oltre a essere una delle strutture medioevali meglio conservate in Sardegna, è uno di quegli avamposti, sospesi tra cielo e terra, che sembrano creati per prendere le distanze dal mondo. Quando si arriva in cima si apprezza tutta la sua potenza: da lassù tutto si riunisce in un solo sguardo e ogni dettaglio sembra far parte di un solo vasto paesaggio. Da una parte la piana del Coghinas, i campi coltivati che si allungano a perdifiato sino al mare, e poi il profilo delll’Asinara e della Corsica a spezzare l’orizzonte. E dall’altro versante l’azzurro della diga, e poi il fiume che si arrampica su alture di un verde intenso e selvaggio. Qualsiasi cosa si muovesse nell’arco di venti chilometri, il vecchio Brancaleone Doria poteva vederlo. Insomma, niente male per un megascreen naturale concepito in pieno medioevo. In verità non si sa chi l’abbia costruito nel 1200, ma un secolo dopo il Castello finì nelle mani della famiglia d’Arborea, ed Eleonora lo portò in dote quando sposò Brancaleone Doria. Niente di meglio di una residenza sicura e inaccessibile, con un’impagabile vista sul Golfo. Dopodiché la fortezza finì al centro delle guerre di indipendenza contro gli aragonesi, e poi dal 1500 in poi cominciò il lento declino.

Nel 1700 i piemontesi distrussero la maggior parte della costruzione e restò in piedi solo un torrione di una trentina di metri, alcuni tratti di cinta muraria e una grande cisterna. Poi a buttare giù una bella porzione di antiche mura ci ha pensato nel 2010 l’impresa che si era aggiudicata i lavori di restauro. Importo: 250mila euro e 115 giorni utili per scrostare un po’ di secoli da quelle pareti rosicchiate dal vento. Ma evidentemente aprire un cantiere sulla cima di un monte è già difficile, ancora di più se camion e ruspe devono fare il giro largo intorno a bastioni e fortificazioni. Così quattro metri di muro di cinta vengono rasi al suolo per consentire un agile accesso. Ed è a questo punto che scatta la prima parte dell’inchiesta della magistratura. La puntata successiva risale all'ottobre scorso, e si concentra invece sulla questione delle tegole e della trave. Con degli interessanti risvolti che riguardano anche la scelta dei materiali per il restyling. Della serie: le pietre bianche rientravano nelle indicazioni del progetto? E la Soprintendenza, in genere così attenta, severa e meticolosa quando si tratta di spostare una sola pietruzza, era favorevole al monumento bianco-rosso? E che dire delle tegole da casetta di campagna?

Una cosa certa: c’è voluto un gran accanimento estetico per violentare a tal punto un così bel regalo del passato.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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