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Dalla Sardegna a Damasco, l'avventura mediorientale del mastro casaro di Cossoine

Gerardo Virgilio ha lavorato 9 anni nei caseifici della Siria: «Non c’erano tensioni, i ragazzi con cui ho lavorato vivevano in armonia»

THIESI. Cossoine e Thiesi distano 11 chilometri, Thiesi e Damasco ben 2558. Gerardo Virgilio nasce a Cossoine nel ‘43, si trasferisce a Thiesi nel ‘56 e nel 2001 vola a Damasco per insegnare ai siriani a fare il formaggio.

Perché lui, casaro, conosce i segreti del pecorino sardo, portatore sano del cosiddetto e futuristico know how fatto di tradizioni radicate e saperi antichi. Sino a 20 anni Gerardo si dedica ai campi, alla pastorizia. Poi la svolta: l’approccio autodidatta alla produzione casearia, gli insegnamenti degli operai più esperti, i corsi e una grande propensione all’apprendimento gli consentono di ottenere la qualifica di tecnico. Per 22 anni presta la sua opera nello stabilimento dei fratelli Pinna, quindi il passaggio al caseificio Fadda trampolino che lo avrebbe proiettato in terra siriana. Nel mezzo una prova effettuata in Giordania nel 2000: «Il latte era buono, per resa e quantità. Ma mancavano le strutture».

Lo sguardo è attento, scruta, valuta e già pensa alle soluzioni per migliorare la situazione. Ma non sarebbe stata la Giordania il suo domani. Un anno dopo Virgilio vola con i Fadda in Siria, chiamato alla corte della Sf Company di mister Naji Chaui. Gerardo inizia a vivere un’esperienza «da sogno in un mondo diverso. Il problema più grosso era la lontananza dalla famiglia, e poi la lingua: non ho mai imparato il siriano, lì parlavano arabo, inglese e io parlavo... il russo». Virgilio Aveva imparato il russo per vocazione politica ma soprattutto grazie al calcio: «Nel 1968 vedendo la Russia giocare e considerato che gli inglesi non mi stavano simpatici mi sono appassionato proprio ai russi e al cirillico. Ho studiato e ho cominciato a parlarlo – spiega raccontando poi di essersi sposato con una bielorussa –. L’inglese è un rimpianto ma in Siria mi arrangiavo fra sguardi, gesti e un po’ di russo». Nella fabbrica siriana attrezzata con macchinari italiani si producevano e esportavano «formaggi a pasta sfusa e pasta filata, troppo salati. Loro non avevano la percezione di quanto potesse rendere ed essere redditizio il latte ovino: lo davano da bere agli agnelli – afferma –. Il primo anno abbiamo migliorato il prodotto e incrementato il livello produttivo, i dirigenti erano soddisfatti ma io volevo crescere ancora».

I 150 operai dello stabilimento erano grandi conversatori, si fermavano più volte a prendere tè e caffè, rituali che rallentavano la produzione e disturbavano Virgilio: «Io ero abituato a lavorare forte, ne stavo facendo una malattia ma in un ospedale italiano mi dissero: qui non si vive per lavorare, adattati al ritmo, starai meglio – prosegue –. Ho preso atto, ma grazie alla ricotta che regalavo agli operai e ad alcuni premi di rendimenti che avevo istituito e grazie al sano spirito di competizione fra lavoratori, alla fine sono riuscito a farli lavorare di più e meglio». Spendeva poco Gerardo, aveva un bell’appartamento, era ben voluto da tutti, frequentava spesso l’ambasciata italiana, arrivò a lavorare per l'associazione della first lady Asma al Assad e, per superare la nostalgia, portò con se per un breve periodo anche la sorella e il figlio Alessandro.

«Non c’erano tensioni e si viveva assieme a musulmani, ebrei, sciiti e sunniti. Quando è morto papa Wojtyla gli operai del caseificio, non certo cristiani, mi fecero le condoglianze. I siriani erano un popolo felice che amava ballare e fare i pic-nic sui prati. Qualcuno dall’esterno ha portato la rivoluzione in quel sistema, arrivando a distruggere l’equilibrio». Nel 2014 Giordano è tornato in Siria per tre giorni, quasi a volersi accertare che tutto fosse ancora a posto: «C'è stata tanta propaganda, non tutto quello che ci raccontano è reale – dice mentre nella cantina della sua casa sorseggia il suo vino e passa in rassegna le foto della sua vita siriana –. Io sento ancora le persone che lavoravano con me, ci tornerei subito». E intanto dice la sua scrivendo lettere all'Unità e alla redazione di La7 a difesa della Siria e contro il “complotto” che ha portato la guerra a Damasco e a Palmira.

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