La vittoria di Renzi «Spinta alle riforme»

Il premier incassa il risultato politico e tiene aperta la porta a Forza Italia In un tweet il suo augurio a Mattarella: «Buon lavoro, presidente»

ROMA. «Grazie per la serietà, sono orgoglioso del Pd e di ciascuno di voi». È il messaggio che Matteo Renzi spedisce ai grandi elettori mentre è ancora in corso lo spoglio delle schede per l’elezione di Sergio Mattarella. Lo strappo con Silvio Berlusconi, per il premier, non avrà effetti sulle riforme. «Le riforme andranno avanti comunque, io scommetto che andranno avanti con l’apporto anche di Forza Italia perché non sono le riforme del Pd o di Fi, sono riforme per il Paese», dice in serata Matteo Renzi al Tg1. È raggiante il giovane premier nella giornata salutata da molti commentatori come data di nascita di quel PdN, partito della nazione, che ha ricompattato tutte le anime del Pd. È di ottimo umore e non lo nasconde. «Berlusconi è ahimè circondato da persone che alimentano uno spirito non costruttivo, io però sono molto ottimista», ammette, negando di volere andare al voto anticipato. «Macchè, voteremo nel 2018» dice. Bisogna capire però se il Cavaliere vuole incassare «il dividendo» delle riforme. Al Quirinale, noi, «non abbiamo eletto un nostro supporter ma un arbitro che se dirà dei no li dirà sulla base della Carta costituzionale».

Il premier, come certifica la foto pubblicata dal suo portavoce, Filippo Sensi, ha seguito in compagnia di Giorgio Napolitano tutta la votazione. L’ex capo dello Stato, stando ben attento a non travalicare i limiti istituzionali, ha avuto anche in questa occasione un ruolo importante per la riuscita di quello che il solitamente compassato “Le Monde” definisce «trionfo politico» di Renzi. Ovvero riuscire a ricompattare tutto il Pd sul suo candidato chiudendo la ferita del 2013, mettere nell’angolo Berlusconi e riportare Angelino Alfano e i centristi nell’alveo della maggioranza di governo.

Nelle ore cruciali della vigilia sarebbe stato proprio Napolitano a suggerire a Renzi di ricucire con il ministro dell’Interno anche con un gesto pubblico: quell’appello a convergere su Mattarella garante delle riforme, che ha consentito ad Area popolare di rivedere in extremis la decisione di votare scheda bianca. Mattarella «sarà un punto di riferimento molto saldo con delle politiche di riforme coerenti con la Costituzione» dice ora Napolitano molto soddisfatto perché sul suo successore c’è stata una convergenza inaspettata, «ben oltre la forza numerica del Pd». «Buon lavoro, Presidente», aggiunge il segretario del Pd in un tweet.

Già il Pd. Sorprendentemente questa volta il partito ha tenuto, a dispetto di ogni previsione. Certo, visto che, come diceva Giulio Andreotti, «pensare male è un peccato ma qualche volta ci si prende», il vertice dei democratici questa volta si è affidato alla scuola democristiana, chiedendo ai suoi Grandi elettori di distinguere per corrente il proprio voto segreto con una scansione diversa del nome da votare: Mattarella, Sergio Mattarella, S. Mattarella, Prof. Mattarella, o Matterella S. Del resto mai come in questo periodo gli ex Dc sono tornati in auge. Checchè ne dica Pier Luigi Bersani, l’altro grande elettore di Mattarella. Moriremo democristiani? «È una lettura totalmente assurda: siamo nel 2015, la ditta è il Pd», replica stizzito l’ex segretario del Pd a chi gli chiede come vede il tandem Renzi-Mattarella alla presidenza del Consiglio e al Quirinale. Questa volta, a differenza di quanto avvenne con Prodi, «il Pd ha mostrato solidità e serietà», spiega. «Il merito è anche di Pier Luigi che poteva giocare una partita personale sul Quirinale e invece ancora una volta ha dimostrato estrema lealtà», sottolinea Enrico Letta, tornato in Parlamento. «È sempre un signore, Enrico», commenta Bersani.

Quanto reggerà la ritrovata compattezza del Pd? Gli applausi, gli abbracci e le lacrime viste a Montecitorio nei banche del Pd forse hanno fatto scattare qualcosa anche nella fiducia tra renziani e non renziani. «Mi sono commossa fino alla lacrime, Renzi è stato bravo, il metodo di questi giorni si può trasferire a ogni scelta che deve fare il Pd e il governo» propone Rosy Bindi.

Ma è tutta la minoranza democratica a riconoscere la bontà del metodo adottato dal segretario che questa volta è riuscito a dialogare con tutte le anime del suo partito e a trovare «la persona giusta per l’Italia». I renziani parlano di «capolavoro» politico del premier che per una volta ha privilegiato l’unità del suo partito. È la parola orgoglio la più gettonata nelle dichiarazioni del gruppo dirigente. Che tipo di ricaduta poi la ritrovata unità avrà sul percorso delle riforme è presto per stabilirlo. Pier Luigi Bersani mette le mani avanti. «Il Pd deve parlare con tutti ma partendo dal presupposto che

c’è qualcuno di indispensabile: abbiamo la forza sufficiente per dire la nostra e per trovate in Parlamento la condivisione necessaria». Sulle riforme però niente passi indietro: alla Camera la minoranza chiederà di modificare l’Italicum, a partire dai capolista.

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