L’identità dei sardi, un fantasma che si è trasformato in un incubo

Il dibattito organizzato dal Rotary di Sassari: che cosa resta dei codici della societa tradizionale? Quattro scrittori, Mannuzzu, Angioni, Todde e Soriga, al capezzale di un malato terminale

SASSARI. La cosa più giusta, ieri mattina durante il dibattito organizzato dal Rotary sul tema annoso dell’identità dei sardi, l’ha detta (in realtà l’ha scritta) il signor Pitzianti. Il signor Pitzianti è un paziente di Giorgio Todde, l’oculista-scrittore che ha partecipato alla tavola rotonda insieme con Flavio Soriga, Salvatore Mannuzzu e Giulio Angioni (coordinati da Manlio Brigaglia). Il signor Pitzianti è cieco. Todde ha letto una sua breve lettera, scritta per dire che mai il pover’uomo avrebbe pensato di parlare tanto dei suoi occhi prima che questi si ammalassero: «Da quando non ci vedo più, non faccio altro che lamentarmi della mia malattia. Provo a parlarne con mia moglie, con mio figlio, con mia figlia. Ma appena comincio, tutti e tre trovano una scusa per andar via, fuori di casa o in un’altra stanza. Posso parlare del mio male soltanto con un altro cieco che abita nello stesso palazzo». Succede così: di una cosa prendi a parlarne in maniera ossessiva solo quando ti viene a mancare. Prima, sino a quando ce l’hai, il problema non esiste. Sinché ci vedi i tuoi oggi non sono un problema, così come sinché non ti prendi un’epatite, il tuo fegato non è un problema. Vale anche per l’identità. I sardi ne parlano tanto, sino a farne una vera e propria ossessione, perché il realtà la loro identità ha smesso di funzionare. E in maniera irreparabile. I sardi sono ossessionati da una cosa che in realtà non esiste più. Ne parlano con altri ciechi, ma sono sempre più numerosi quelli che trovano una scusa per non ascoltarli.

Su questo punto tutti i partecipanti al dibattito (ospitato dalla Camera di commercio nell sala di via Roma e conclusosi con l’assegnazione a Manlio Brigaglia del premio Rotary “Identità”) si sono trovati d’accordo; anche se con sfumature differenti, in gran parte dettate dall’anagrafe. Flavio Soriga, il più giovane al tavolo (classe 1975), ha spiegato un’ovvia verità: per lui e per tutti quelli della sua generazione (anche se venuti al mondo in un piccolo paese come quello dov’è nato Soriga, Uta) i Pearl Jam e Quentin Tarantino sono stati molto più importanti di Grazia Deledda e del “ballu tundu”. Figuriamoci poi com’è messa la faccenda per i nativi digitali, quelli che oggi hanno tra i dodici e i sedici anni. Loro gli occhi dell’identità non li hanno proprio mai avuti. Non si lamenteranno mai, come il signor Pitzianti, di averli perduti. Ma persino il più anziano, Salvatore Mannuzzu (83 anni) non ha esitato a dire che oggi l’identità non è altro che un fantasma. Il lungo processo di modernizazzione vissuto dall’isola a partire dalla fine della seconda guerra mondiale l’ha cancellata, lasciando i sardi «orfani e soli». Tanto che oggi la bandiera dei quattro mori copre nel migliore dei casi una vuota retorica, e nel peggiore i traffici di un ceto dirigente che «pensa solo agli affari suoi o agli affari tout court». Solo nel paesaggio e nell’ambiente naturale dell’isola resta ancora inscritta una fortissima diversità. «Ed è perciò che bisognerebbe chiedere conto della loro ipocrisia – ha detto l’autore di “Procedura” – ai tanti che agitano di continuo le questioni dell’identità e della sovranità e poi fanno carne di porco dell’ambiente e del paesaggio, unico tratto veramente distintivo che ci è rimasto».

Giulio Angioni, da antropologo più che da scrittore, ha ricordato come per ogni comunità umana stabilire i confini della propria identità di gruppo sia una necessità vitale. Questo processo si compie attraverso una drastica riduzione, che per definire un codice di valori esclude una miriade potenzialmente infinita di altri universi normativi. Anche la società tradizionale sarda aveva un suo codice. Oggi, per effetto del passaggio alla modernità ormai irreversibilmente compiuto, non lo ha più e individuarne uno nuovo è un dura fatica. Tanto più che la globalizzazione che investe il pianeta espone al rischio di chiusure etnicistiche che possono rivelarsi pericolosi vicoli ciechi. E se ormai è chiaro che i sardi hanno bisogno di un nuovo orizzonte, Angioni lo individua, più che in un ritorno a “su connottu”, nell’Europa e nell’universalismo dei suoi valori fondanti.

Bisogna scegliere, quindi. E infatti Giorgio Todde ha buttato la palla nel campo delle responsabilità dei sardi rispetto al loro destino: «Ci lamentiamo continuamente del furto della nostra identità, diciamo che ce l’hanno rubata. Ma noi, per fare solo un esempio, il nostro paesaggio per decenni non siamo stati in grado neppure di vederlo. Per Grazia Deledda era solo uno sfondo. E quando abbiamo cominciato a percepirlo, ce ne siamo vergognati, abbiamo voluto modernizzarlo. Oppure ci siamo fatti un po’ di conti e abbiamo deciso di “valorizzarlo”, ovvero di ricoprirlo di cemento. E oggi identità e sovranismo sono diventati una vernice che non si nega a nessuno. Appena la gratti,

però, ci scopri sotto il vizio di sempre: lamentarsi del male che ci fanno gli altri e non vedere quello che noi facciamo a noi stessi».

L’identità, insomma, sarà pure un fantasma, come tutti ieri hanno detto, ma è, soprattutto, un incubo. Dal quale sarà bene svegliarsi al più presto.

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