Omicidio di Dina Dore, il marito è a Badu ’e Carros

Il dentista Francesco Rocca è stato trasferito nel penitenziario nuorese È accusato di essere il mandante. Comparirà in Corte d’assise il 4 ottobre

    di Valeria Gianoglio

    NUORO. Parecchio dimagrito, con un mucchio di appunti, diversi libri e una sorta di memoriale tra i suoi averi più preziosi, Francesco Rocca ha lasciato il penitenziario cagliaritano di Buoncammino e, dopo mesi di richieste pressanti da quando è in custodia cautelare in carcere come presunto mandante dell’omicidio della moglie Dina Dore – incerottata e uccisa il 26 marzo 2008 nel garage della sua casa a Gavoi –, ha ottenuto il tanto desiderato “avvicinamento a casa”. Avant’ieri, infatti, il professionista gavoese ha varcato le porte del penitenziario di Badu ’e Carros, dove ha trovato nuovi compagni di cella e ne ha incontrato altri già conosciuti come clienti nella sua attività di dentista, tra Gavoi e Nuoro.

    Da adesso, dunque, Francesco Rocca potrà vedere con più frequenza i suoi familiari, e, nel frattempo, continuerà a mettere su carta i ricordi di questi cinque anni che lo hanno separato dalla morte violenta della moglie Dina. Il processo che lo vede imputato del delitto, nel ruolo di mandante, comincerà il 4 ottobre, davanti alla corte d’assise di Nuoro, che sarà presieduta da Antonio Luigi Demuro, con a latere Manuela Anzani e i giudici popolari.

    La pubblica accusa sarà rappresentata da un magistrato della Direzione distrettuale antimafia di Cagliari, che ha condotto le indagini con la squadra mobile di Nuoro e di Cagliari, la parte civile per i familiari di Dina Dore sarà sostenuta dall’avvocato Mariano Delogu, mentre la difesa di Rocca sarà rappresentata dai penalisti nuoresi Mario Lai e Angelo Manconi.

    Sarà un processo che certamente si prolungherà per diversi mesi e che vedrà mezzo paese di Gavoi sfilare in aula come testimone prezioso di una delle vicende di sangue che più di tante altre, negli ultimi anni, ha toccato nel profondo la Sardegna. Per diverse ragioni: per le modalità dell’omicidio, commesso incerottando la vittima da capo a piedi e facendola morire per asfissia nel bagagliaio dell’auto parcheggiata nel garage, accanto alla figlioletta di sette mesi. E perché sin dall’inizio, in paese, giravano insistenti, le voci che volevano il marito Francesco Rocca nel ruolo di mandante.

    Una storia di odio familiare sfociata in tragedia: un marito che voleva eliminare la moglie e rifarsi una vita con un’altra. Questa la tesi sostenuta dagli investigatori, che così hanno letto la morte della casalinga di Gavoi. Chiudendo il cerchio quando, l’ormai ribattezzato superteste, un giovane di Gavoi, l’anno scorso aveva ammesso di aver saputo dal compaesano, Pierpaolo Contu che aveva ricevuto l’incarico di uccidere Dina da Francesco Rocca. E che in cambio aveva ricevuto la promessa di una somma consistente di denaro: 300mila euro, questo secondo quanto riferito dal teste.

    «Non ho mai ucciso mia moglie Dina – ha sempre ribadito, sin dall’inizio dell’inchiesta giudiziaria e in particolare dal momento della sua svolta investigativa, Francesco Rocca –. Sì, c’erano problemi tra noi, ma non per questo ho certo pensato di ucciderla. Sono vittima di una montatura, qualcuno mi ha voluto incastrare».

    Una tesi che Francesco Rocca dovrebbe ribadire anche nel corso del processo, visto che molto probabilmente si sottoporrà all’esame delle parti e risponderà dunque a tutte le domande.

    ©RIPRODUZIONE RISERVATA

    15 settembre 2013

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