«Sardi, inconsapevoli della ricchezza diffusa nell’isola»

Cheremule, il grido dell’archeologa Antonietta Boninu che denuncia la superficialità delle amministrazioni

    CHEREMULE. Riflettori su un museo unico al mondo, il Parco dei Petroglifi, pietre scritte, parlanti, storia sacra e profana, 37 tombe della notte dei tempi, firma indelebile del Neolitico recente, religiosità prenuragica. Un lungo altare bianco di calcare è incorniciato dal verde delle campagne di Cheremule, ai piedi del vulcano spento di Monte Cuccuruddu. Lunghi filari di prugnoli con i frutti viola, agretti da mangiare ma ricchi di sapore, i muretti a secco colorati dalle bacche rosse dei biancospini. In cielo volteggia una poiana. Per terra un tappeto di pere selvatiche per la gioia dei cinghiali. Domanda d'obbligo: a che serve "cust'opera divina"? È giusto che ad appagarsi sia solo lo spirito?

    La denuncia è tanto netta quanto autorevole. "La Sardegna, le sue amministrazioni non hanno saputo rispondere, né sanno rispondere oggi, all'eccezionalità del tesoro artistico ereditato. È come se San Pietroburgo non sapesse valorizzare l'Ermitage, come se Firenze snobbasse Gli Uffizi, o Torino facesse invadere di erbacce il suo Museo Egizio. Manca la consapevolezza generale di questa ricchezza diffusa in tutta l'isola e ci priva anche di una risorsa economica. Un esempio su tutti: il Meilogu è la regione storica col più vasto patrimonio archeologico disponibile perché i Comuni hanno avuto la lungimiranza di acquisire tutte le aree monumentali". Quale è il ritorno? "Pressoché nullo, in raffronto a quanto ci è stato regalato dal passato. Abbiamo una miniera d'oro ma non ce ne accorgiamo".

    Chi parla è Antonietta Boninu, archeologa, fino allo scorso aprile storico direttore della soprintendenza ai Beni archeologici per le province di Sassari e Nuoro. Insiste: "Parlo di consapevolezza perché se queste eccellenze archeologiche non vengono sentite come tali dai cittadini non si può fare molto strada nell'opera di valorizzazione. Questi siti sono una risorsa. Ma richiedono professionalità non abborracciate, competenze diffuse, i paesi dovrebbero fare rete per attirare flussi costanti di visitatori, lo dovrebbe capire la Regione dando plusvalore alla storia vera dell'Isola. Invece ci si scontra con una realtà deprimente: perché la Sardegna - grande parco archeologico - non ha saputo creare occasioni scientifiche ed economiche adeguate, direttamente proporzionali al valore che questi monumenti hanno. Anche per questo la disoccupazione intellettuale cresce". Salvatore Masia, 38 anni, geometra, sindaco di Cheremule: "Per far amare questi monumenti dobbiamo fare in modo che creino reddito. Ma è necessario un progetto ampio, non può agire un singolo campanile, vanno create professioni diffuse e adeguate a questa sfida".

    Una risposta sconsolante è venuta da uno stupro paesaggistico con un gigantesco impianto fotovoltaico a pochi passi dall'altare bianco e dai petroglifi. Ma come si fa a miscelare storia e modernità cancellando del tutto il valore della prima? Sarebbero concepibili cento pale eoliche attorno alla reggia nuragica di Barumini? O attorno a quell'incanto che nulla economicamente rende nel grandioso complesso di Santu Antine a Torralba? Ricopriamo di alluminio e fibre di carbonio anche le domus di Sant'Andrea Priu, altra eccellenza che gli amministratori di Bonorva non sanno portare a reddito? È ammissibile che qui a Cheremule il Parco dei Petroglifi, nei siti di Museddu, Tènnero e Mattarigotza richiami visitatori solo quando la magia della tromba di Paolo Fresu crea concerto in un altipiano carico di significati scolpiti in una storia millenaria? Qui c'è la Sardegna ma anche la storia dell'uomo: celle, cappelle mortuarie, qui si celebravano funerali di popolo per capitribù di rango. Era una zona produttiva: i reperti dimostrano che la campagna era popolata di vigne, all'interno delle necropoli esistevano impianti di vinificazione, vasche comunicanti, fossette di decantazione, cantine private con la tecnologia di tremila anni prima di Cristo.

    Ecco perché Antonietta Boninu parla di "mancata consapevolezza" e spera in un ripensamento delle politiche locali. "Oggi la Sardegna ha la fortuna di avere un quadro normativo di primo piano: c'è la Costituzione che protegge questi tesori, il Testo Unico degli enti locali, la legge regionale 14 sui beni culturali. Nonostante questa buona intelaiatura legislativa, tra le migliori in Italia, sono sì partiti i servizi di gestione ma non c'è stato alcuno sviluppo di impresa turistica. Non basta un ristorante con tavoli bianchi in plastica bianca davanti a un nuraghe o a una chiesa romanica. Occorrono altre professionalità che creino reddito qualificato nei territori, ognuno con caratteristiche specifiche. Occorre una più diffusa conoscenza delle lingue straniere, saper accogliere e saper sorridere ai turisti. Ecco perché sogno una rivoluzione nel fare turismo: dall'abuso indiscriminato dei suoli si deve passare a una conoscenza reale dei territori, della loro storia, delle loro valenze geologiche e botaniche. Serve insomma un altro turismo: che punti sul grande museo sotto il cielo della Sardegna. Ma la Sardegna deve guardarsi allo specchio. E conoscersi meglio".

    Antonietta Boninu nasce a Foresta Burgos, dove il padre Giovanni Salvatore lavorava come civile al centro allevamento dei cavalli selezionati per l'esercito. È quarta dei sei figli di mamma Giovanna Antonia Brundu. Prima elementare a Foresta, maestra era Luisa Mura ("bravissima, quando nevicava faceva lezione all'aperto"). Smantellato il centro di selezione, il padre viene trasferito a Ozieri al deposito chimico dell'artiglieria e qui Antonietta prosegue fino al diploma al liceo classico Duca degli Abruzzi. "Un ottimo liceo, per noi Omero era un Dio, latino e greco con Delfina Orani, matematica con la sorella Egle, una classe affiatata, tra le compagne avevo la filosofa Anna Maria Loche". La scelta dell'università a Cagliari è scontata. I primi presidi sono due storici e archeologi del mito, Alberto Boscolo e Giovanni Lilliu. Tesi di laurea con Giovanna Sotgiu e Piero Meloni, presidente di commissione un altro dei giganti che hanno popolato nei primi anni del dopoguerra l'ateneo del capoluogo, l'antropologo Alberto Mario Cirese. Tesi in Epigrafia latina sulle alae, i reparti di cavalleria. Boninu studia molto. Ancora studentessa firma una pubblicazione sulla ceramica sigillata chiara del Museo archeologico di piazza Arsenale, un unicum, prende il nome delle "forme Boninu". Vince un concorso e va a scavare in Calabria, a Sibari, insediamento romano detto La Casa Bianca, poi Crotone.

    Nel 1974 scatta l'avventura tra i muretti a secco in Sardegna. Conosce Fulvia lo Schiavo e Alessandra Bedini, prende corpo lo scoop dei Giganti di Monti Prama. E poi Portotorres, "un altro sito che meriterebbe ben diversi numeri di visitatori". Dal 1977 con un concorso approda alla Soprintendenza di Sassari e Nuoro. Nasce il centro di restauro. Un anno dopo è direttore. "Eravamo in trenta, con la legge 285 passiamo a 350 e apriamo sedi a Nuoro, Olbia, Portotorres, Perfugas, Ozieri. Nascono i musei civici di Ittireddu, La Maddalena, Torralba, Padria, Nuoro, Dorgali, Teti, Laconi, Perfugas, Viddalba, Bonorva". Un impegno costante fino allo scorso aprile. "Devo finire i lavori avviati a Portotorres, sito straordinario col Palazzo Re Barbaro, l'anno venturo dovremmo ospitare in Sardegna il congresso internazionale sul megalitismo, forse a Laconi, fra le statue menhir". Il vero obiettivo? "Creare economia archeologica, artistica nel Meilogu, per i 16 mila abitanti rimasti". La palla passa agli amministratori che però viaggiano eternamente divisi: a Banari e Siligo, Bessude e Thiesi, Torralba e Borutta, Bonnanaro e Cossoine, Pozzomaggiore e Giave, Semestene e Bonorva. Cheremule è qui, con i suoi gioielli. Aspetta che l'altare sacro di pietra bianca avvii il miracolo economico. I Petroglifi sono un ottimo biglietto da visita.

    05 novembre 2012

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