Dal Sassarese alla Barbagia, dalla Gallura al Goceano sono ancora diffusi i riti contro il malocchio
SASSARI. Sorseggiano un buon mojito nei locali più alla moda, passeggiano e si divertono nella movida di qualche località turistica. Vestono capi firmati e, in molti casi, sotto pantaloni o gonne di marca indossano le mutande a rovescio. Sono tanti i giovani sardi che ricorrono ai rimedi contro il malocchio e ne conoscono i segreti.
C’è chi ci crede davvero, chi resta scettico ma ne ha paura, chi evita di parlarne la notte e chi vorrebbe imparare a scacciare le iettature. Ragazzi di tutte le età, dai venti ai trent’anni passati si servono di questo tipo di magia anche diverse volte all’anno. A Sassari e nei paesi limitrofi, in Gallura, nel Goceano o in Barbagia, per la credenza nelle pratiche contro il malocchio non ci sono confini.
In ambito universitario gli esempi non si contano. Perché rischiare di non passare il prossimo esame se c’è la possibilità di ricorrere a “sa mejghina de s’oju”? E allora via, si fa un controllo rapido e indolore dalla “majalza” più vicina e il gioco è fatto.
L’esperienza di una vecchia zia o della nonna di un amico possono fare comodo. «Da me vengono persone di ogni età – spiega zia Maria, tanti anni di esperienza “sul campo” –. Molti di loro sono preoccupati perché stanno passando un brutto periodo, con problemi di salute, in amore o nel lavoro».
I metodi per scacciare il malocchio sono diversi e si basano su rimedi naturali con olio, sale o grano. Ma il più conosciuto è quello della pietra levigata dentro un bicchiere d’acqua. Dai pori del piccolo sasso immerso nell’acqua vengono fuori delle bollicine che, secondo la credenza, sono più numerose quanto lo è la gravità del maleficio.
«Se nel bicchiere con la pietra c’è “s’oju” – spiega Angela, 25 anni –, mia nonna dice una serie di preghiere, poi tira fuori la pietra dal bicchiere e mi fa bere un sorso d’acqua per scacciare il malocchio. Ne passa una goccia in fronte e il resto lo butta di spalle alla direzione del mare».
Per i più distratti invece esistono “sos vejvos”, preghiere che si fanno recitare a una figura esperta, che possiede il “dono” di far ritrovare gli oggetti smarriti. Una volta pronunciata la preghiera, questo speciale oracolo si volge per strada e analizza la situazione, prestando attenzione al primo passante, e a quali suoni o discorsi si sentono in strada. Da questi segni vengono interpretati significati che restano oscuri a chi non è del mestiere.
Cosa chiede in cambio la “maga”? Niente. Del resto, non potrebbe emettere uno scontrino dopo aver eliminato una “fattura”. Ma la pratica contro le iettature sembra attirare maggiormente le ragazze. «Vorrei imparare a scacciare il malocchio ma per ora non ho trovato nessuno che me lo possa insegnare», dice Laura, 22 anni. I presupposti per un certo passaggio di consegne c’erano invece nella famiglia di Ilaria, ma sono andati in fumo. «Mia nonna sa fare “sa mejghina de s’oju” ma era ed è tuttora mezzo rimbambita – dice la ragazza ventunenne – e alla fine ha deciso di non rimandarmi il rito». Niente da fare quindi per la provetta apprendista ma, chissà, sua nonna potrebbe cambiare idea per proseguire la tradizione.
Perché c’è ancora così tanto interesse per queste pratiche arcane? «E’ un’usanza che mi è stata inculcata fin da bambina, e ancora oggi resto curiosa – dichiara ancora Angela -. Mi piace pensare che una pietra mi possa far star meglio. Mia nonna ci crede, magari qualcosa di fondo c’è».
E allora è sbagliato parlare di costumi perduti, dello scarso interesse delle nuove generazioni per gli insegnamenti degli anziani? Anche nel 2012 iettatori e rimedi contro il malocchio continuano a esistere nella credenza popolare. Forse l’idea che i giovani di oggi siano davvero “sfigati” è stata presa in seria considerazione.
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