di Pier Luigi Piredda
Continua la missione in Afghanistan degli uomini della Brigata Sassari
HERAT. Finalmente Herat. Il C130 militare atterra alle 13 nell'aeroporto che oggi diventerà internazionale. In Italia sono le 9.30. Ad accoglierci è un vento gelido, ma il cielo è azzurro e un sole piacevole inonda di luce il piazzale. Eravamo partiti da Fiumicino intorno alle 10 di sabato approfittando di uno spiraglio di sole in una giornata segnata dalla neve, che ha mandato in tilt l'aeroporto romano. Dal gelo italiano, sei ore dopo siamo stati accolti dal caldo tepore della base di Al Bateen, ad Abu Dhabi, negli Emirati arabi. La base intermedia da dove i soldati italiani vengono poi smistati verso l'Afghanistan: un passaggio obbligato viste le difficoltà di ottenere le autorizzazioni per attraversare gli spazi aerei che accorcerebbero di ore (e disagi) il viaggio dall'Italia a Herat. Al Bateen è una piccola enclave italiana nel cuore degli Emirati arabi. Nessuna insegna esterna e neppure la bandiera tricolore in vista, che però viene fatta sventolare sul pennone del piccolo piazzale interno utilizzato come luogo d'incontro e per il pranzo e la cena dei soldati. Sono questi gli accordi con gli Emirati per tenere in attività quella base fondamentale.
Alcune ore di sonno su poltrone ergonomiche e brandine e al sorgere del sole la partenza per Herat. Il Boeing 767 dell'Aeronautica militare del giorno prima è già rientrato in Italia, sul piazzale una decina di C130. I nostri sono già pronti stracarichi di valigie, zaini e uomini. Tutti incastrati dentro. Il sedile è una poltroncina stile sdraio da mare in tela rossa, come spalliera una retina, sempre rossa. E' un viaggio militare, la comodità non esiste, il C130 è un aereo da trasporto spartano, per uomini e donne veri. Tappi per le orecchie e via. Nella carlinga, caldo e rumore assordante, che comunque conciliano il sonno. Tre ore che quasi... volano via. L'ultima mezzora è un po' più movimentata, visto che per motivi di sicurezza il C130 scende verso Herat seguendo una rotta a zig zag per evitare brutte sorprese.
L'atterraggio è dolce. Herat ci accoglie con un sole bellissimo e un vento gelido. Poche centinaia di metri in un furgone militare e siamo a Camp Arena. Una base militare superattrezzata, realizzata interamente con prefabbricati. Il vento fa sventolare le bandiere di tutti gli Stati della coalizione davanti al quartier generale.
L'accoglienza è affettuosa, il capo ufficio stampa, il colonnello Vincenzo Lauro, con il suo staff è a disposizione per tutto. Gli abbracci si sprecano con i colonnelli sassaresi Antonio Falco e Giacomo Chessa, il babbo del cestista Massimo, tiratore scelto dell'Angelico Biella dopo anni alla Dinamo. Il maresciallo Tonino Cheri di Sarule è immediatamente disponibile per qualsiasi cosa, da buon sardo: l'ospitalità è d'obbligo. Alloggio, sacchi a pelo e tutto quel occorre per una permanenza ottimale. Nel piazzale, anzi in piazza Italia, si sente parlare sardo. Poco distante, sulla pista dell'aeroporto è un viavai di aerei ed elicotteri, nella base i Lince arivano a gruppi carichi di soldati con elmetto e giubbotto antiproiettile.
Il generale Luciano Portolano, comandante della Brigata Sasari e di tutto il contingente italiano del Regional Command West è in gran forma, anche se teso per l'arrivo imminente del capo di stato maggiore che oggi inaugurerà il nuovo aeroporto civile costruito dagli italiani con gli aghani. Una tensione giustificata fino a un certo punto, visto che la missione della Brigata sta riscuotendo consensi e soprattutto risultati concreti, ma è lui un generale operativo, sempre sul campo al fianco dei suoi uomini, sempre alla ricerca del particolare. Subito dopo, riunione operativa. Un briefing con lo stato maggiore di Herat. Prima il colonnello Fortunato Di Marzio che spiega il lavoro fatto finora dalla Sassari e poi il colonnello Enrico Pederzolli che annuncia gli obiettivi da raggiungere prima del rientro in Italia e i risultati conseguiti. Poi, a pranzo. In mensa. Tutti insieme, un modo per fraternizzare. Il colonnello Mascarino, comandante del V Genio di Macomer, con il maggiore Sechi cominciano a raccontare. Storie di vita, di mesi trascorsi spalla a spalla con soldati che ora sono diventati amici, per sempre.
Una breve pausa, il tempo di visitare gli alloggi, e poi subito operativi. Da un ufficio all'altro per provare elmetti e giubbotti antiproiettili che oggi serviranno per uscire dalla base. Poi, un salto al mercatino, allestito all'ingresso della base tutte le domeniche. Si trova di tutto dell'artigianato afghano e i prezzi... bisogna trattarli. Il clima è disteso.
Il sole cala all'improvviso e la situazione cambia anche a Camp Arena. Le luci si spengono, negli uffici le finestre vengono oscurate. Non bisogna dare alcun riferimento a eventuali terroristi. Che ci provano sempre, ci hanno provato anche nella serata, nel sud, nel Gulistan, una delle aree ancora molto calde. Colpi di mortaio e di armi leggere poco distanti dall'avamposto della Sassari. A Camp Arena scatta l'allarme, immediatamente si alzano gli elicotteri e sulla zona viene dirottato un aereo in transito. E' questione di minuti, poi ritorna la serenità, nell'avamposto e nella base di Herat.
Ed è già ora di cena (ci sono tre ore e mezzo di differenza con l'Italia). Camp Arena è immersa nel buio, i soldati che si muovono sul piazzale diretti verso la mensa e il bar sembrano lucciole, visto che utilizzano piccole pile, facendo luce a intermittenza per non dare riferimenti all'esterno. Poi cala il silenzio. Si va a letto presto a Herat, perchè la mattina ci si alza presto. E ogni giornata è lunga e dura.
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13 febbraio 2012