di Elena Laudante
Tre mesi prima di Mario Monti, a novembre, su Time c'era finita lei, o meglio un suo lavoro: la foto di un servizio su soldati Usa reduci dall'Iraq, di ritorno a capo chino in un Paese che non riconoscono più. Per immortalare la nuova sindrome post-bellica dei marines americani Kira Pollack, photo editor del settimanale più famoso al mondo, si era affidato allo sguardo di un'italiana, nata e cresciuta a Cagliari, prima di diventare un'apolide dell'arte contemporanea. Ma nei suoi occhi, ovviamente il primo strumento di lavoro per un fotografo, è rimasta «la bellezza della Sardegna», quella familiarità col senso estetico educato dai panorami struggenti dell'isola. Maria Antonietta Mameli, 42 anni, studi al Liceo Dettori e poi laurea in Giurisprudenza nel capoluogo, la bellezza ereditata dalla sua terra non la dimentica. Sebbene oggi abbia di fronte lo scenario caleidoscopico della Grande Mela, dove vive dalla metà degli anni Duemila. Perché certe cose, certe storie come la sua, possono accadere solo da queste parti, è inutile nasconderselo.
«Potrei dire che la mia è una classica storia newyorkese, in Italia non si sarebbe mai realizzata», racconta seduta a una tavola calda, all'angolo tra la 6th avenue e Waverly Place, cuore del suo quartiere, il Greenwich Village. I capelli neri le coprono l'intera lunghezza della schiena, con la scriminatura centrale ben definita, e si aprono su un viso dai tratti duri, quasi severi. Ma gli occhi, nocciola, con sopracciglia dritte e marcate, si inteneriscono quando parla della sua Leika R4, «una gioia anche per le mani».
È il suo filtro d'osservazione su New York, con la quale si cala, ogni giorno da maggio a settembre, tra le onde disegnate dai passanti in corsa su strisce pedonali che non conoscono l'alt del semaforo rosso. Il metodo che ha scelto l'ha portata a diventare una fotografa quotata nel mercato dell'arte contemporanea. E da avvocato internazionale quale era tra Roma, Londra, Washington e New York, ora è rappresentata da una galleria, la Bruce Silverstein della 24ma strada, punto di riferimento del settore, non solo in questa parte della East Coast. Per intenderci, il suo nome è accanto a quello di mostri sacri come Robert Doisneau, André Kertész, o dei contemporanei Marvin Newman (ex Life) o Rosalind Solomon, dei quali la galleria detiene i diritti sulle immagini. E che porta alle esposizioni internazionali, dalla Art Basel a Paris Photo. Come sarà arrivata così in alto? «Non ho fatto una scuola, ma qui ho conosciuto un artista bravissimo che mi ha insegnato i primi rudimenti tecnici. Ho iniziato con una Nikon Fe2, a pellicola».
In pochi mesi le foto di quella che allora era una semisconosciuta sulla competitiva piazza newyorkese, sono arrivate ad essere vendute in serie limitata da 5, a prezzi tra i 3 e i 7mila euro. È bastata la forza di un'idea per catturare l'attenzione degli addetti ai lavori. Ha creato il suo stile osservando i newyorkesi in un momento particolare della loro vita: quando attraversano la strada sulle strisce pedonali. Dal 2007, da maggio a settembre, con la dedizione quotidiana che prima impiegava nell'analizzare clausole e cavilli, Maria Antonietta Mameli si avvia da casa sua, a Greenwich, fino al ponte di Manhattan, quello dal quale si vede il più celebre Brooklyn Bridge e che congiunge i quartieri di Chinatown e Dumbo, dall'altra parte dell'East River. Si posiziona in un punto preciso, prima che la città ceda posto al fiume, e punta l'obiettivo verso il basso, per cogliere quello che c'è sotto di lei. «Sono rimasta folgorata dall'energia di Chinatown, dall'umanità che passa lì, puoi vedere di tutto, in una sorta di sovrapposizione spazio-temporale».
Di solito, lo spazio che "illumina" è quello delle strisce pedonali di una strada molto animata del rione cinese, «dove a volte si assiste a scene da Medio Evo, in piena New York», spiega con entusiasmo. Guarda, e imprime sulla sua pellicola (in digitale lavora solo in post-produzione) le persone che semplicemente si affrettano nel passaggio da un marciapiede all'altro, e in qualche modo si dimenano per evitare lo scontro col passante che viene dall'altra parte. Posture amplificate dallo scatto. «In quel momento, i corpi disegnano come delle onde, e io li catturo proprio allora, in una sorta di danza». Indugia sui contrasti, come l'incontro tra l'operaio asiatico che spinge un carretto o porta un intero materasso sulle spalle e il ragazzo con l'Ipod alle orecchie, il manager col notebook. Ma nella sua opera finale lo scenario sparisce, lo sfondo è bianco. E quei passanti diventano personaggi di una microstoria, che nasce e finisce nella loro ombra, dove resta la traccia della zebratura sull'asfalto. E li riproduce piccolissimi, in lontananza, quasi a ricordarne la solitudine. Nella prima serie di immagini con le quali ha conquistato il gallerista Silverstein tutti avevano una busta rossa, tipica di quella zona perché è un colore di buon auspicio in Cina.
E fortuna ne ha avuta molta, Maria Antonietta. Oltre all'audacia. Prima di lasciare la sua professione era un avvocato che si occupava di fusioni e contratti per multinazionali. Aveva iniziato a Roma, poi i clienti anglosassoni di quello studio l'avevano portata a Londra, e da lì si era presentata l'occasione di un master alla George Washington University. Di lì a New York il passo è stato breve. Nel 2007, l'incontro con un artista e l'acquisto della macchina. La scelta del ponte di Manhattan come balcone da dove guardare la capitale del mondo, e l'intraprendenza. «Ho conosciuto il mio gallerista per caso, e gli ho portato le prime immagini, quelle della serie "Red Bags". Mi ha detto solo: sono interessanti, continua a lavorare e torna quando ha altro materiale. Alla fine mi ha preso, senza chiedermi il curriculum né se avessi già fatto foto in passato. Gli interessavano solo le foto, non il passato o da dove venissi. Forse da noi questo non sarebbe successo», ammette riferendosi al nostro Paese.
Così sono arrivate la partecipazione alla fiera più importante per la fotografia, la Paris Photo, e quella più prestigiosa per l'arte contemporanea, a Basilea. E ancora, la personale al museo Marini di Firenze, nel 2011, fino alla selezione dei suoi lavori per l'Italia rappresentare negli Usa per la Biennale di Venezia. Qualche mese fa è tornata nel paese d'origine del padre Aldo, a Serri, medico del paese che a lui ha dedicato una piazza. Ma il cerchio non si è ancora chiuso. «Non credo di poter lasciare New York adesso. Ma chissà, la fotografia mi permette di andare ovunque».
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12 febbraio 2012