Tra Usa e Iran si sta giocando una partita decisiva per i futuri equilibri geopolitici del pianeta

In questione i flussi energetici dal Golfo, il controllo delle armi atomiche, gli equilibri di potenza tra Stati Uniti e Cina

    di Lucio Caracciolo Il mondo attende con ansia una guerra già cominciata. Israele, Stati Uniti (e Gran Bretagna), ambiguamente affiancati dalle petromonarchie arabe, hanno da anni ingaggiato con l’Iran un conflitto quasi invisibile quanto feroce, a base di attentati, ciberattacchi e infiltrazioni. Il ring è planetario, perché globali sono le poste in gioco. In questione sono infatti i flussi energetici dal Golfo Persico per l’Occidente e per l’Asia, il controllo delle armi atomiche, il dominio sulle rotte strategiche tra Oceano Pacifico, Indiano e Mediterraneo, gli equilibri di potenza nel Grande Medio Oriente Mondiale: quel campo d’instabilità centrato sull’Iran che si estende tra Suez e Hindu Kush, tra Corno d’Africa e Mare Arabico, le cui fibrillazioni - a differenza della troppo reclamizzata Primavera araba - si riverberano ovunque. E in ultima analisi contribuiranno a definire la partita strategica per eccellenza, che oppone Stati Uniti e Cina per il rango di superpotenza principale del XXI secolo.

    È opinione diffusa che l’Iran stia per dotarsi di tutti gli elementi necessari a varare la sua Bomba. Gli esperti del Pentagono calcolano che i tecnici iraniani siano a un anno dall’atomica. Conquista irrinunciabile, per cui la Repubblica Islamica è pronta a sfidare la coppia Usa-Israele con ogni mezzo. Posta così la partita in corso, resta l’alternativa secca: Bomba iraniana o bombardare l’Iran. A uno sguardo meno superficiale, però, il quadro appare assai sfumato.

    Il cuore della disputa non è la bomba atomica iraniana, ma l’egemonia dell’Iran nel Grande Medio Oriente Mondiale, dal Levante al Golfo e all’Asia centrale. L’Iran ha da sempre una vocazione imperiale. Mai vi abdicherà. Ne sono espressione il culto delle glorie passate, le ambizioni panislamiche dello sciismo persiano, le cospicue risorse energetiche e la collocazione geografica cruciale.

    A Teheran manca però quell’arma nucleare di cui sono dotati tutti i primattori asiatici: il Pakistan, l’India, la Russia, la Cina, la Turchia (indirettamente attraverso la Nato), Israele e l’Arabia Saudita (di fatto contitolare della Bomba di Islamabad). Oltre agli Stati Uniti. Il programma nucleare è dunque la leva con cui piegare le potenze regionali e globali ad accettare il diritto storico dell’Iran alla dignità imperiale.

    Se il tempo lavora per l’atomica iraniana, non è però altrettanto chiaro se favorisca le aspirazioni di Teheran. Molto dipenderà dall’esito della guerra civile siriana: se al-Assad sarà travolto e a Damasco si affermerà una leadership assai meno corriva verso il grande fratello sciita, Teheran perderà il corridoio diretto verso Libano, palestinesi e Mediterraneo. Ma a far pendere l’ago della bilancia verso il rafforzamento o l’indebolimento dell’Iran sarà soprattutto l’esito della confusa mischia per il potere domestico, collegata alla depressione economica e al rischio di impazzimento della maionese etnica iraniana, su cui puntano americani e israeliani.

    Se invece il fronte interno dovesse insieme cementarsi e modernizzarsi, Teheran potrà aspirare a tornare egemone nell’area che un tempo è stata dominata dall’impero achemenide.

    Sull’ultimo numero della rivista Limes, «Protocollo Iran. Operazioni coperte e venti di guerra nel Golfo: conto alla rovescia in Siria; l’atomica persiana: pretesto o minaccia?».
    12 febbraio 2012

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