Con il laptop nel trolley ma pur sempre emigrati

I giovani sardi e il lavoro

    di Sandro Macciotta Il posto di lavoro vicino a mammà ce lo dobbiamo proprio dimenticare. L’offensiva del governo Salva-Italia contro le tranquillizzanti certezze che hanno anestetizzato il Bel Paese dello scorso millennio, segna un altro passo avanti. Non solo «il posto fisso è noioso» (ha aperto le danze il premier Monti due settimane fa) ma anche «i giovani sono fermi al lavoro sicuro nella stessa città dei genitori» (Anna Maria Cancellieri, ministro degli Interni) cui ha fatto subito eco Elsa Fornero dalla lacrima facile. La ministro del wellfare a Torino ha sostenuto che «bisogna spalmare le tutele su tutti, ormai il lavoro a vita è un’illusione». Notare la variante posto fisso-lavoro a vita, ma il concetto non cambia.

    La cortina fumogena del governo dei professori è solo tattica: il segnale è per chi giovane non è più e si crogiola nella inossidabile certezza (fino a prova contraria) del posto sicuro. Il messaggio è chiaro: attenti, potrebbe capitare anche a voi. L’articolo 18 insegna.

    I destinatari reali del messaggio non sono di sicuro i giovani meridionali che sulla loro pelle - temprata dalla crisi che giù al Sud morde ben prima del crac dello spread - hanno ben capito che sono candidati al precariato, al lavoro a contratto, alla mobilità, all’incertezza e all’emigrazione.

    Forse l’offensiva mediatica interessa maggiormente quelli lassù al Nord dove le cose non girano più bene. Ma hanno il vantaggio di lavorare (magari per 900 euro) stando loro sì a casa di mammà. E l’affitto, che pesa più del loro salario, non è un problema.

    Ma l’Italia non è tutta uguale: se al Settentrione la meglio gioventù ha sempre trovato lavoro vicino a mamma e papà, se non addirittura nell’azienda di famiglia, nel Mezzogiorno l’emigrazione è sempre stata una costante. Si partiva già nel dopo guerra per lavorare nelle industrie e nei cantieri edili; e si partiva anche da molto prima, da quando l’ascensore sociale dell’università ha fornito i quadri all’Italia prima della rivoluzione industriale e poi del miracolo economico.

    A scorrere i nomi della cronaca, l’Italia è piena di magistrati, funzionari pubblici, avvocati, medici e professori universitari dai cognomi inconfondibilmente sardi.

    Oggi i giovani sardi (e del Mezzogiorno in genere) partono come i loro babbi e nonni. Emigrano in cerca del lavoro che nell’isola non viene creato. Non valigie di cartone ma laptop nel trolley. Portano le loro competenze fuori e ancora una volta impoveriscono la Sardegna che continua ad avere una quantità infima di laureati impiegati.

    I nostri giovani saranno forse mammoni e anche candidati a quel mal di Sardegna che è un sottile spleen che tormenta gli emigrati; togliamogli anche le illusioni superflue, ma non il futuro; pungoliamoli se sono davvero sfigati, però rispettiamo il loro coraggio. Ce ne vuole a restare. Sia in Sardegna, sia in Italia.
    10 febbraio 2012

    Trova Indirizzi Utili

    Annunci

    • Vendita
    • Affitto
    • Casa Vacanza
    • Regione
    • Provincia
    • Auto
    • Moto
    • Modello
    • Regione
    • Regione
    • Area funzionale
    • Scegli una regione
    Tutte

    PROMOZIONI

    Negozi

    ilmiolibro

     PUBBLICITÀ