di Alessandro Marongiu
Protagonista del romanzo di Gianni Caria è Maria, un tempo insegnante e ora disoccupata dopo il licenziamento causa esubero, che lascia a Roma due figli e un marito, anche lui senza lavoro, per andare a fare la badante a Bucarest
Una ragazza è in ospedale. C'è grande preoccupazione per le sue condizioni: ha già subito diversi interventi chirurgici, e se anche quello che l'attende a breve andrà male come i precedenti, sarà costretta a vivere l'intera vita con un aspetto che tutti coloro che le stanno attorno - che degli effetti d'ombra ci impediscono di vedere in volto - considerano mostruoso. Arriva il giorno dell'operazione: il personale medico toglie con cautela le bende dal suo viso, e quella che ci appare è una bella e giovane bionda che, volendo, potrebbe far tranquillamente carriera come fotomodella.
Tutto sembra essersi risolto per il meglio, non fosse per la reazione inaspettata di medici e infermieri: qualcuno si spaventa e non riesce a trattenere un urlo, qualcuno si copre gli occhi, turbato. E quando finalmente li vediamo per come sono, fuori dal gioco di ombre costruito dalla messa in scena, capiamo il perché: in un mondo in cui tutti gli esseri umani hanno un grugno suino al posto del naso, l'anormale, il mostro che fa inorridire è lei, la ragazza dai tratti gentili e regolari. È la trama di «È bello ciò che piace», sesta puntata della seconda stagione storica di «Ai confini della realtà» (1960): una puntata esemplare di tutta la serie, nel suo sfruttare un ribaltamento finale di prospettiva per shockare lo spettatore e, al contempo, farlo riflettere.
Non ha bisogno di ricorrere ad artifici narrativi di questo tipo il romanzo d'esordio di Gianni Caria, «La badante di Bucarest» (Robin, 160 pagine, 12 euro, presentazione domani alle 18 nell'aula magna dell'Azuni con l'autore e con Sante Maurizi e letture di Daniela Cossiga). Eppure provoca nel lettore sensazioni non troppo dissimili da quelle che trasmette allo spettatore l'episodio di «Ai confini della realtà».
Il titolo, per iniziare: chiunque penserebbe a una romena di mezz'età venuta nel nostro Paese ad accudire un uomo o una donna vecchi o malati, E invece no, le cose stanno diversamente: la badante è l'italiana Maria, un tempo insegnante e ora disoccupata, dopo il licenziamento causa esubero, che lascia a Roma due figli e un marito anch'esso senza lavoro per una città lontana e sconosciuta, nella quale c'è chi - i nuovi ricchi dell'ex Blocco sovietico - le può garantire uno stipendio neanche decoroso, ma per lo meno fisso. Con buona pace degli anni di studio, della sua formazione e della sua professionalità: l'«Orlando furioso» potrebbe non servirle a niente, ora che per sopravvivere è costretta a vegliare, imboccare e pulire dagli escrementi un anziano di cui non conosce la lingua né la storia. Né del resto nessuno dei membri della famiglia che la «accoglie», i Radu, sembra interessato alla sua, di storia: è Maria, certo, ma in fondo che differenza fa? È lì per rispondere a dei comandi, come un elettrodomestico, e se al suo posto ci fosse un'altra sarebbe lo stesso.
È una realtà «immaginata», quella del romanzo, ma che «se non stiamo attenti non è poi troppo lontana», dice l'autore, 51 anni, sostituto procuratore presso il Tribunale di Sassari. «Ho scritto di un mondo rovesciato per parlare della mancanza di certezze, di come gli equilibri di una vita familiari e sociali possano essere illusori, di come in Italia siamo illusi del fatto che il benessere sia un dato acquisito e non da conquistare giorno per giorno: è un po' l'immagine dell'orchestra che suona mentre il Titanic affonda».
La vicenda di Maria, badante italiana a Bucarest, è la vicenda di tutte le badanti romene che da anni «accogliamo» nel nostro Paese: persone che prendiamo per il tempo che ci è necessario, senza prestare mai troppa attenzione alla loro cifra umana, e poi lasciamo andare al loro destino una volta finito il servizio. E se per noi è un sollievo - una spesa in meno, un'estranea di cui non diversi più preoccupare - per lei, la badante che si è dovuta inventare una empatia che magari non possiede, una lingua sconosciuta, un lavoro che non ha mai fatto, proprio come la protagonista del romanzo, ogni volta è uno strappo, un nuovo doloroso inizio, la poco piacevole speranza che il successivo malato da accudire campi il più a lungo possibile per non dover ricominciare subito tutto daccapo, da un'altra parte, chissà dove.
L'idea di Gianni Caria di ribaltare i ruoli risulta vincente: avesse raccontato di una straniera nella Penisola, il lettore italiano ci avrebbe badato appena. Invece così la sua opera funziona perfettamente come specchio, per niente deformante e anzi tremendamente realistico, del nostro modo di comportarci con «indifferenza verso le badanti vere che vengono dalla Romania».
In questo senso, tutti noi abbiamo da imparare da quest'opera di debutto. Nella quale però non c'è soltanto l'aspetto collettivo, sociale: c'è anche, e forse prim'ancora di quello, l'aspetto individuale, il ritratto di un essere umano alle prese con un forzato, totale ripensamento di sé, inevitabile quando si vive una situazione in cui «cambiano i punti di riferimento». Perché Maria la badante di Bucarest non è più Maria l'insegnante di Roma: e se per accettare la nuova realtà deve inventarsi addirittura la sua quotidianità, facendo finta che tutto va bene quando niente va bene, non può che fare altrettanto, ma in maniera ben più sofferta, con ogni singolo giorno della sua vita passata, con gli affetti abbandonati in Italia, con gli anni spesi a imparare e costruire qualcosa che ora scopre senza senso, senza fondamenta. Perché non deve soltanto farsi conoscere: deve innanzitutto ricominciare a conoscersi lei.
09 febbraio 2012