I marescialli volevano aprire un'agenzia

Canu e Arnò l'avrebbero affidata a un detective prestanome

    di Enrico Carta e Simonetta Selloni  MOGORO. La riserva non viene sciolta. E per il capitano René Biancheri, comandante della Compagnia di Mogoro, finito in carcere assieme ad due suoi sottoposti e all'investigatore privato di Ghilarza, Gian Marco Fadda, quella di ieri è stata la quarta notte dietro le sbarre del carcere di Iglesias.  Il giudice per le indagini preliminari, Annie Cecile Pinello, deciderà oggi se accogliere la richiesta di revoca della misura di custodia cautelare formulata dall'avvocato difensore del militare, che aveva sollecitato la scarcerazione anche per l'altro suo assistito, l'investigatore privato Gian Marco Fadda.  Quella di oggi è un'altra importante giornata, al di là della decisione del giudice che sarà nuovamente impegnato con gli interrogatori dei marescialli della compagnia di Mogoro, Giuseppe Canu e Mario Arnò. Sono gli altri due elementi cardine dell'inchiesta che i carabinieri stessi hanno condotto per compiere la massima pulizia al proprio interno e che ha smascherato un presunto giro illegale di scambi di favori tra uomini dell'Arma e investigatori privati.  I primi due interrogatori avevano visto gli indagati scegliere la via della collaborazione con i magistrati, fatto che fa ben sperare l'avvocato difensore Gianfranco Siuni sull'esito delle richieste di revoca delle misure cautelare. In mattinata si capirà se la linea difensiva scelta dagli avvocati Piergiorgio Corona e Patrizio Rovelli sarà la stessa oppure se verrà scelto il silenzio.  Tra le varie contestazioni mosse al capitano Biancheri, c'è la continua e crescente richiesta agli operatori della Compagnia di Mogoro di accessi alle banche dati dei carabinieri. Le cosidette Sdi, che si erano lamentati di queste richieste che ritenevano anomale, perchè spesso riguardanti persone non residenti in Sardegna. In un caso, l'ufficiale aveva persino chiesto l'accesso al sistema di localizzazione dei cellulari mentre si trovava in missione all'estero. È chiaro che i sospetti nei suoi riguardi, da parte dei suoi sottoposti, crescevano. E queste richieste sono datate: sin dalla fine del 2010.  Emergono poi, dalla lettura degli elementi in mano agli inquirenti, le mire future dei marescialli Canu e Arnò. La loro collaborazione con Gianmarco Fadda non sarebbe bastata più ai due sottufficiali. Nel senso che entrambi guardavano avanti e discutevano di compiere il salto di qualità. Ossia di mettersi in proprio. Non contenti di quanto guadagnavano passando sottobanco le informazioni all'investigatore privato, stavano pensando alla possibilità di aprire un'agenzia investigativa. Nella quale, ovviamente, non avrebbero potuto figurare personalmente, ma attraverso un prestanome, avrebbero potuto «offrire un prodotto di intelligence». E avevano anche già individuato chi poteva aiutarli: «c'abbiamo la manovalanza, Ciccio», riferito al loro collega Francesco Cancedda. Anche delle tariffe «venti euro a tabulato», ma anche della gamma di prestazioni da offrire: «si vende un servizio di pedinamento, la bonifica dei clienti».  L'asse Canu-Arnò-Fadda funzionava anche, sempre secondo le accuse del pubblico ministero Diana Lecca, per incastrare persone controparti ai clienti dell'investigatore privato. Per chiarire: i due marescialli avrebbero utilizzato i poteri loro derivanti dall'essere sottufficiali dell'Arma per danneggiare delle persone. Lo dicevano loro stessi, senza mezzi termini: «a quella lì (o quello lì, a seconda dei casi), dobbiamo fare del male». Fare del male poteva anche significare inviare a questo qualcuno un'ispezione della Guardia di Finanza oppure costruire artificiosamente situazioni illecite da contestare al malcapitato. Più incastrato di così.  

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    08 febbraio 2012

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