Rai, precari in diretta

Parla Daria Corrias, regista con contratto atipico perenne

    di Paolo Merlini Non è certo monotona, per usare il pensiero del premier poi riformulato in termini meno offensivi, la vita professionale di Daria Corrias, nuorese, giovane regista in forza a Radiotre dal 2005 e alla Rai da oltre dieci anni. «Una frase poco felice - dice al telefono, mentre assapora la giornata di riposo a spasso per Roma imbiancata di neve con il marito e il figlio di tre anni - Il concetto espresso da Monti non era del tutto sbagliato, ma non sempre è possibile scegliere tra la tranquillità di un posto fisso e l'avventura della flessibilità. Questo se in Italia ci fosse vera flessibilità, con un welfare giusto e ammortizzatori sociali».

    Insomma, si va dal bianco al nero senza sfumature. Voi lavoratori atipici della Rai invece definite la vostra posizione una zona grigia. Quanti siete?
    «Parlo per ciò che conosco direttamente, cioé Radiotre. Su un'ottantina di persone, almeno la metà. Siamo collaboratori con partita Iva, altre forme di lavoro a tempo determinato come Co.co.co e Co.pro la Rai non le pratica da anni».

    Un contratto di consulenza, dunque. Che figure riguarda?
    «Un po' tutte, dai consulenti musicali o letterari agli esperti tecnico-scientifici, i conduttori, o i registi, nel mio caso».

    I vari programmi hanno strutture redazionali, ma quanti di voi hanno un inquadramento di tipo giornalistico, dunque in base al contratto nazionale?
    «Nessuno, a quanto mi risulta. Ma in realtà facciamo di tutto, attività giornalistica compresa. Dal montaggio alla regia, la scelta dell'argomento o la scaletta delle interviste. La settimana scorsa per il mio programma, "Tre Soldi", sono andata al Giglio, per un audiodocumentario sugli abitanti dell'isola dopo il disastro. Ho intervistato mezzo paese».
    Cos'è un audiodocumentario?

    «È un genere che la Rai ha un po' accantonato. È un modo di raccontare la realtà attraverso la testimonianza diretta delle persone. Non è un reportage puro, diciamo che è un'inchiesta ma in forma narrativa».
    Quanto dura il suo contratto?
    «Nove mesi, da settembre a giugno. Dunque non ho ferie pagate, se non vado al lavoro la giornata non mi viene pagata, non ho malattia, né maternità. Quando sono rimasta incinta ho lavorato sino all'ottavo mese, dopo di che il mio contratto è stato praticamente chiuso».

    Avete un sindacato che vi tutela? E una rappresentanza interna?

    «La Cgil segue gli atipici con la Nidil, anche Cisl e Uil hanno i loro settori. Non posso dire che funzionino bene: per anni hanno sottovalutato un realtà che riguarda tanti lavoratori. Per il resto, non abbiamo alcuna rappresentanza interna: per l'azienda siamo imprese individuali».

    Ovviamente sarà superpagata.
    «Come no... Tra i 1200 e i 1400 euro al mese, giudichi lei. E solo per nove mesi l'anno. Ma, essendo inquadrata come partita Iva, vengo pagata quando emetto fattura, nel mio caso dopo venti prestazioni che corrispondono ai venti giorni lavorativi al mese. Incasso un mese dopo, qualche volta due se ci sono problemi di contabilità in Rai».

    Ma perché un'azienda sia pure in crisi ma importante come la Rai adotta comportamenti del genere verso i propri professionisti?

    «A mio avviso per l'immensa mole di soldi che vengono spesi in maniera bislacca da altre parti. C'è poi un nucleo forte di dipendenti che rimangono tutelati, e altri come me che costano molto meno. Non ho premi di produzione, tredicesima, quattordicesima, ferie. Pensi che risparmio».

    Avete cercato, fra atipici, di affrontare collettivamente il problema?

    «Abbiamo costituito un gruppo che si chiama Atipici Rai, per adesso abbiamo una pagina facebook. Abbiamo cominciato a vederci più di un anno e mezzo fa. Siamo riusciti ad avere un incontro con l'azienda, ma ci è stato risposto che non possono trattare con noi perché è come se fossimo ciascuno un'azienda a sé».

    Non è un paradosso che in una rete come Radiotre con forti contenuti culturali, di solidarietà sociale e con un atteggiamento etico, per così dire, verso la realtà, accada tutto questo?
    «Devo dire che comunque Radiotre è un'isola felice. Ha un direttore illuminato, Marino Sinibaldi, che si è sempre impegnato per tutelare i suoi collaboratori, rifiutando di avere al fianco un vicedirettore proprio per far quadrare i conti di un budget sempre più basso, quattro milioni a fronte dei dieci di Radiouno e degli otto-nove di Radiodue. È evidente che sono decisioni che passano sopra la sua testa, il nostro interlocutore infatti è l'amministrazione. Che ogni anno, a settembre, mi dice che prenderò il 10 per cento in meno. Si presume che con il tempo uno migliori, invece così si perde la speranza di venire valutati e pagati meglio».

    Ma alla Rai non interessa mantenere le professionalità che ha creato?
    «La logica è che il tuo rimpiazzo è dietro l'angolo. Si gioca sul fatto che a noi piace fare questo lavoro, ci piace così tanto che continuiamo a farlo superando tante frustrazioni. Accetti perché la situazione fuori è drammatica e perché ti piace».
    07 febbraio 2012

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