Nevica, ma non parliamo di emergenza

Fenomeno naturale che si può superare con sale, badili e tecnologia medio bassa

    di Alberto Mario DeLogu «The wrong type of snow», ovvero il «tipo sbagliato di neve», è diventata ormai un’espressione idiomatica inglese a indicare una pessima scusa, un ridicolo appiglio. L’11 febbraio del 1991 un comunicato della British Rail, le ferrovie britanniche, attribuiva la responsabilità d’una serie di corti circuiti al “tipo di neve”, scatenando il celebre sarcastico titolo dell’Evening Standard: «La British Rail dà la colpa al tipo sbagliato di neve». Eppure, checché ne dica la British Rail, non esiste un tipo sbagliato di neve. «Sotto la neve pane, sotto il ghiaccio fame», diceva un proverbio che s’imparava tempo fa alle elementari. Perché la neve protegge la pratolina, è un eccellente isolante naturale, tiene il suolo caldo mentre fuori il termometro scende sotto lo zero.

    La neve, nel cadere, riscalda l’aria e la pulisce più e meglio della pioggia. Se si deposita sulle foglie degli aranci li protegge dal gelo e sciogliendosi lentamente in primavera alimenta il terreno e il flusso costante di torrenti e fiumi, scongiurando così le alluvioni.

    Ma anche il ghiaccio ha la sua ragion d’essere nello schema della vita: crea ponti, offre zattera e passaggio a uomini e animali, addormenta e incista virus e batteri, smuove il terreno, riflette il sole e sterilizza l’aria. E costringe l’uomo a prevedere il suo arrivo, preparandosi per tempo e ammassando in cascina fieno, paglia, legno, coperte, olio, sale e badili a sufficienza. Ciò alimenta il sospetto (ma è solo un sospetto, per carità) che ai popoli mediterranei in genere non piacciano neve e ghiaccio, non tanto e non solo perché non vi siano abituati, com’è logico, ma soprattutto in quanto fenomeni naturali che costringono a prevedere, a premunirsi, a dar corso a quell’attività divinatoria e scaramanticamente inquietante che va sotto il nome di programmazione.

    Prepararsi all’inverno dicesi “invernalizzare”, ed è ciò che, con sobrio pragmatismo, fanno tutti i popoli della fascia temperata e fredda nella stagione autunnale. “Winterize” in inglese, “hivernaliser” in francese, “Einwinterung” in tedesco, “vinterhållning” in svedese, “vinterklargjo/ring” in norvegese. Pensate un po’ alle grandi pulizie di primavera, ma in direzione opposta e con un po’ di mestizia autunnale: potare le piante, raccogliere il fogliame, liberare il passo per gli spazzaneve, sistemare due-tre pale vicino alla porta, fare scorta di ghiaia e sale, smontare i gazebo e le tettoie fragili, mettere l’antigelo nei tubi esterni e coprire i lucchetti.
    Tutto questo per un paio di giorni di neve all’anno? Beh, viste le apocalittiche conseguenze che 10 centimetri di neve provocano in Italia, direi anche per uno solo. Strade, autostrade, treni, navi e aerei bloccati, scene da disaster-movie americano e silenzi surreali sui quali si stagliano i titoli urlati dei giornali e le grida scomposte del sindaco di Roma che inveisce contro il capo della Protezione civile (che è come dire che s’alza la nebbia e il ministro della Sanità litiga col capo della nettezza urbana.)

    E d’altronde perché stupirsi che la neve sia materia da Protezione civile, in un Paese nel quale lo sono anche la sistemazione degli argini dei fiumi e l’organizzazione di un vertice di capi di governo?

    In tempi di drastici mutamenti climatici, sarà il caso di far l’abitudine anche alla neve in Piazza San Pietro.

    Coloro che si fossero appisolati convinti che “riscaldamento globale” significasse giusto qualche tacca di mercurio in più, dovranno risvegliarsi e ricredersi: le conseguenze saranno molto più paradossali e imprevedibili.

    E quando l’”emergenza neve” (nella definizione dell’ex ministro Gasparri) comincia a ripetersi con regolarità, anche a latitudini basse, peraltro annunciata, oltre che dal calendario, anche dai supercalcolatori del servizio meteorologico, che dite? Varrà o no la pena di derubricarla da “emergenza” a semplice fenomeno naturale, con il quale fare i conti senza doverne attribuire la colpa a questo o a quel sindaco, ministro, funzionario o ufficiale dell’esercito?

    Non segnala la fine del mondo, né l’ira di Chione, né la necessità di una riforma epocale della scala Celsius. È materia candida e leggera, che non si presta ad approfondimenti né contraddittori. Per domarla sono bastevoli umili strumenti quali pale, ghiaia e sale, ovvero mezzi meccanici quali benne, pale idrauliche e camion cassonati. Per le auto sarà sufficiente dotarsi di pneumatici invernali. Roba a tecnologia medio-bassa, insomma. Niente per cui valga la pena scomodare le migliori intelligenze della politica locale e nazionale.
    07 febbraio 2012

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