Il Moretti segreto? Un Papa che fugge lontano dal Vaticano

L'autore parla di sé negli incontri al cinema Odissea

    di Gianni Olla Ci sono registi che "rimuovono" i propri film appena conclusi: ogni nuova pellicola cancella le precedenti. Altri, invece, sono talmente legati ad un percorso creativo unitario, che il loro autore vorrebbe, se non ripensare le proprie opere, almeno scavare dentro la filologia preparatoria e aggiungere note e postille, certo separate dal testo che tutti conoscono, ma quasi capaci di illuminare maggiormente i film e scoprire che avrebbero potuto essere diversi: né migliori, né peggiori, solamente diversi.

    È forse questo il senso della lunga confessione di Nanni Moretti, pubblica ma intima, come precisa lui stesso, visto che la sala dell'Odissea contiene al massimo 150 spettatori. Per tre giorni sono stati presentati quasi tutti i lungometraggi (mancavano «Bianca», «Aprile», «La stanza del figlio»), i documentari, i film in superotto degli esordi, e diversi frammenti, scartati, riguardanti un'opera preziosa e certamente personalissima, se non autobiografica, come «Aprile», ma anche il montaggio della carriera finale del pallanuotista Moretti, poi trasfuso in «Palombella rossa».

    Eppure, a scanso di equivoci, quando gli si pone - fuori dalla ribalta - la domanda su questo suo specchiarsi nel passato delle proprie opere, il regista annuisce ma precisa: «Non ho mai pensato, però di rimontare i film; al festival di Venezia ho visto la nuova edizione di "Nel nome del padre" di Bellocchio, che è un film del 1972. Non voglio entrare nel merito del film, ma la trovo un'operazione discutibile, a me non sarebbe mai venuta in mente».
    Così, le due memorabili giornate di «Assaggi di Sacher» - alla fine letterali, visto che la torta è comparsa in sala ed è stata divisa in piccolissime fette - organizzate dall'associazione Spazio2001, sono state davvero una sorta di seduta pubblica di psicoanalisi, non totalmente rivelatoria (anche per Moretti vale il detto proustiano che "l'io degli artisti è un'altra cosa rispetto alla loro biografia"), ma certo indicativa di una totalità esistenziale frastagliata attraverso tutte le sue opere.

    Bisogna ovviamente mettere in conto la teatralità del personaggio, il suo essere mattatore assoluto che chiama il cinema Sacher di Roma, in diretta, per sapere se la neve ha impedito agli spettatori di vedere «Shame».

    Ma poi tutto fila liscio quando racconta, a proposito dei suoi esordi, la storia familiare, il velleitarismo naturale in un giovane di 20 anni che non vuole più studiare, dopo essere stato studente abbastanza zoppicante, a dispetto dei genitori dotti, professori di greco e latino, e di un fratello, Franco, docente di letteratura alla Columbia University.

    E poiché padre e fratello - e poi la madre, in «Aprile» - sono stati fedeli comparse o anche attori nei suoi film, lui stesso dice che questo bisogno di averli accanto o dentro il "se" cinematografico, potrebbe essere spiegato da uno psicoanalista. Proviamo a indovinare: il bisogno di famiglia, la paura di rimanere solo.

    Questi indizi compaiono in molte "cerimonie degli addii": ne «La messa è finita», in «Ultima di campionato» (postilla a «Palombella rossa», benché le riprese siano state fatte prima dell'opera di finzione), nel documentario newyorchese «The last customer», festa triste e nostalgica di due italo-americani costretti a chiudere una farmacia, luogo d'incontro di un intero quartiere. E soprattutto, in un curioso dittico «Palombella rossa» e «La cosa», dove, per seguire un vecchio detto post sessantottesco, «il personale è politico». Il primo è un'autoanalisi felliniana di un deputato del Pci che perde la memoria, il secondo è il racconto di una sofferta e a tratti rabbiosa discussione sul futuro dei comunisti che, su proposta di Occhetto, cambiavano nome e ragione sociale. Entrambi, a vederli oggi, sembrano ambientati in un pianeta di Star Trek, cioè lontani anni luce dal presente, eppure sono documenti in cui, l'ontologia del reale cinematografico si fonde con l'autobiografia, personale e generazionale.

    In queste riflessioni c'è, però, un limite. Di nuovo, fuori dalla ribalta, gli si dice, con un certo entusiasmo, che «La messa è finita» è il suo più bel film, ma anche la pellicola più rivelatrice, quella in cui la sola faccia sbarbata (quasi infantile) di Don Giulio, diverso e opposto al Michele Apicella delle sue opere precedenti, rivela la paura di perdersi e l'incapacità di aiutare il prossimo. Moretti annuisce nuovamente ma poi afferma che la sua vera personalità sta nei "diari di lavorazione". Che non sono più segreti: sabato è stato letto dello stesso regista il diario de «Il Caimano», domenica quelli di «Caro Diario» e di «Habemus Papam». Potrebbero essere anche questi dei futuri testi letterari, ma in ogni caso bisognerebbe scavare ancora più a fondo, oltre i diari.

    Raccontando le sue passioni cinematografiche, quelle da comune spettatore (inserite in un monologo divertentissimo dal titolo FilmQuiz), e quelle che hanno contributo alla sua vena creativa, il regista racconta che certi film segreti che compaiono nel monologo non sono decifrabili, "se non entrando nel mio cervello, cosa che sconsiglio vivamente".

    Poi, per compensare il segreto del comune spettatore, ecco la lista dei numi tutelati degli esordi: Carmelo Bene e i fratelli Taviani. Non potrebbero esserci due personalità diverse, e anche Moretti non sa spiegarsi l'accoppiamento ideale. Fatto sta che Paolo e Vittorio Taviani lo utilizzarono in «Padre padrone» - Moretti si proponeva sempre come aiuto e assistente, per imparare il mestiere, ma anche come possibile caratterista - e che Carmelo Bene è certo presente sia nei superotto d'esordio (in particolare in «Pâté de bourgeois» e «Come parli frate», a loro modo imperfetti ma geniali), ma che, con il consenso del regista - che di tanto in tanto accetta di rivelare altri segreti - tutto il suo cinema ed in particolare quello più legato alla sua biografia (mai reale, ma piuttosto utilizzata come repertorio scenico e richiamo esistenziale), sembra collocarsi tra Samuel Beckett e il dadaismo, tra un Anton Cechov clownesco e Luis Buñuel. A questo punto, senza più consultarci con Moretti e senza seguire i suoi monologhi, potremmo anche chiudere, rileggendo «Habemus Papam»: il Moretti segreto è in realtà il Papa Michel Piccoli che fugge dal Vaticano.
    07 febbraio 2012

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