di Anna Saderi
Il dibattito scatenatosi sui media intorno alla recente sentenza della Corte di Cassazione sulla possibilità per il giudice di applicare misure alternative alla custodia cautelare per chi è indagato per violenza sessuale di gruppo ha diviso come al solito in fazioni l’opinione pubblica. Le posizioni variano, da quelle degli specialisti in materia giuridica, che discutono il tema in punta di diritto, citando leggi ed articoli a sostegno della loro idea, a quelle più disparate del pubblico della rete sino, naturalmente, alle donne che, sconcertate, indignate, scandalizzate, si ribellano per questo nuovo affronto, giustamente allarmate per l’ulteriore ostacolo posto al loro già difficile percorso di tutela della materia sui diritti di genere e sulla violenza sessuale. Sono solo pochissime settimane che Violeta Neubauer, commissaria del Comitato Onu per l’eliminazione delle discriminazioni nei confronti delle donne, proprio con la funzione di vigilare sull’omonima applicazione della Convenzione internazionale, ha bacchettato l’Italia per la sua arretratezza in merito.
Il problema che si pone, infatti, anche in questo caso, è di ordine sociale e culturale e va decisamente al di là degli arzigogoli giuridici, dei distinguo del tipo “bisogna vedere che cosa ha detto o fatto lei”, che ricordano tristemente la famosa e discussa sentenza del’99 dei jeans stretti, che sottolineava come, essendo i jeans difficili da sfilare, evidentemente “lei ci stava” e pertanto annullava la precedente condanna allo stupratore (ci vorranno dieci anni circa perché un’altra sentenza della Cassazione sostenga la inammissibilità di una prova del genere). Al di là, ripeto, delle osservazioni di carattere normativo (è la stessa Corte di Cassazione che, in seguito al battage mediatico, ha ritenuto con una nota di precisare e giustificare la correttezza della propria decisione), il problema non è legale, ma è assolutamente e strettamente connesso ad una cultura maschilista che ancora domina e imperversa. Altrimenti non si capirebbe come mai, nonostante le battaglie femministe, nonostante le leggi, siano in continuo aumento le violenze contro le donne. Basta leggere le statistiche agghiaccianti fornite dai centri antiviolenza, per rendersi conto della portata del fenomeno. Sembra insomma che sia in atto una sorta di normalizzazione della violenza, infiltrata così profondamente nella nostra cultura da non riuscire per niente a scalfirla. Anzi la società pare accettarla con una sorta di rassegnata assuefazione, quasi la consideri parte integrante ed inevitabile della società stessa.
Le riprovazioni momentanee, le pubblicità progresso, i commenti sui giornali che stigmatizzano i fatti, non sembrano sortire alcun effetto. È da rimuovere infatti ciò che è alla base della cultura della violenza e dello stupro. Sono gli spot e le immagini che rappresentano la donna come una preda ad uso e consumo dell’aggressività maschile; è la tolleranza sociale, quando non la segreta invidia, nei confronti di certi modelli femminili proposti dagli uomini di potere, proprio coloro che dovrebbero avere la maggior responsabilità nella eliminazione di certi stereotipi; sono i media che sguazzano nella riproposizione succulenta delle storie più sordide per stuzzicare la parte peggiore del pubblico. Molti interventi sono da attuare per modificare una mentalità collettiva ancora così arretrata e tollerante della pratica della violenza contro le donne, e tutti afferiscono all’ambito della formazione culturale profonda dell’individuo. Ecco perché anche questa sentenza, legittima o meno che sia, è un ulteriore vulnus alla difficile costruzione di una società diversa!
05 febbraio 2012