di Luca Naseddu *
Nel contesto dialettico sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, tra facili riformismi e vuoti conservatorismi, si fa viva la voce di mio figlio Marco, 5 anni, ultimo anno di scuola materna. Stamattina le maestre hanno parlato dei mestieri e hanno posto ai bambini la più classica delle domande: «Che cosa vuoi fare da grande?». In genere si assiste alle più svariate e talvolta eccentriche risposte, ma stavolta sono rimasto pietrificato: «Non voglio fare niente», mi dice. Pensando alla sua solita caratteriale pigrizia trovo una prima giustificazione, ma, per ottenere una reazione, gli chiedo il perché e lui mi risponde: «Perché poi mi licenziano». La risposta manifesta chiaramente, da un lato, quanto il momento che stiamo vivendo è entrato nella «pelle» delle persone, e persino dei bambini, ma anche l’esigenza più intima e primordiale che vi sia certezza sulla propria condizione esistenziale e prima ancora della propria situazione lavorativa.
Marco, come tanti altri, ci dà occasione di riflettere sul percorso che stiamo affrontando e sulla necessità di opporci al quel senso di disvalore che si sta creando intorno al «posto fisso», che è invece la naturale ambizione e speranza di chiunque. D’altra parte, se non è scandaloso ripensare ai principi espressi più di quarant’anni fa dall’articolo 18, occorre evidenziare la necessità di un sereno, concertato - e non frettoloso - progetto di riforme. Il nostro paese - diversamente da altri - non è ancora pronto per una totale flessibilità, che affiderebbe alle ragioni del mercato lo snodo di ogni problematica. Un mercato senza regole si pone già in partenza in contrasto con il tratto caratteristico del lavoro, la messa a disposizione dell’uomo all’uomo. Ciò implica una diversa considerazione del rapporto contrattuale generato, una considerazione umana e non solo economica.
Questa immedesimazione tra oggetto del contratto e persona impone la delicata ponderazione di ogni riforma, che peraltro sembrerebbe destinata - come al solito - a colpire le più giovani generazioni, che pagano per le altre gli errori del passato. L’eliminazione radicale del principio di stabilità del rapporto provocherebbe l’immediato risultato di moltiplicazione incontrollata della precarietà e di ogni possibile abuso di chi realmente detiene il potere contrattuale. Quindi, nessuna noia o vergogna ad avere speranze di un posto fisso e avere il desiderio di un futuro.
* avvocato del lavoro
05 febbraio 2012