Cari professori, la politica è anche controllo delle parole

Monti ormai va in televisione quasi quanto Berlusconi e i suoi ministri quando parlano causano disastri

    di Manlio Brigaglia Questo governo, oltre gli altri mille, ha un problema tutto suo: un problema con l’italiano. Sembrava che la tecnica di dire una cosa oggi e di smentirla domani, prendendosela con la gente che non aveva capito, l’avesse inventata Berlusconi. Ma nell’ultima settimana Monti e i suoi ministri lo hanno imitato alla grande.

    Cominciamo da quello che ha fatto più scandalo, il giovine Michel Martone, che ha battezzato «sfigato» chi non si laurea prima di 28 anni. (Fortunato, avrebbe dovuto aggiungere, chi come me a 29 anni è già professore ordinario). C’è stato un urlo universale di protesta: la gente ha capito che era una specie di insulto. Ma nessuno si è chiesto che cosa voleva dire veramente il professore con quell’aggettivo. Sfigato - dice il più accreditato dizionario italiano, il Battaglia - vuol dire sfortunato, iellato, colpito frequentemente dalla malasorte. Se fosse stato davvero così, c’era il tanto da offendersi? Forse Martone voleva dire qualcosa come perdigiorno, sfaticato, fannullone, destinato a diventare bamboccione entro i trent’anni, e così lo ha capito la gente. Se è così, nell’italiano - soprattutto nel gergo giovanile da cui, dice sempre Battaglia, viene questo termine, rozzo ma efficace - è in atto un mutamento semantico (in altri termini, un cambiamento del significato delle parole) di cui gli italofoni andranno almeno avvisati.

    Per conto suo, anche ieri la signora Fornero continuava a dire, a proposito di articolo 18, che per lei licenziamento vuol dire flessibilità in uscita. Un tempo si rispondeva: «Se non è zuppa è pan bagnato». I sindacati lo hanno capito e, tabù o non tabù, sanno che cosa non deve dire l’articolo 18, casomai dovesse cambiare.

    Su che cosa vuol dire il professor Monti quando dice monotonia si sono già scritti dei trattati, e anche lui va dappertutto in televisione (sino alla settimana scorsa, dicono gli osservatori specializzati, Berlusconi c’era due volte più di lui) a spiegare che cosa voleva dire: del resto le prime versioni della frase, riferiti dalle news, era «sai che noia!», espressione vagamente salottiera che magari ti saresti aspettato dalla Santanchè. Più difficile spiegare che cosa vuol dire posto fisso, e più ancora perché dovrebbe generare noia, o monotonia. Monotono sarà per chi ce l’ha, dice bene Bersani, pensando ai milioni che non ce l’hanno né fisso né mobile e agli altri milioni che non sembrano potere sperare di avercelo.

    Presidente, il posto fisso può essere monotono se tu non hai affetto al tuo lavoro. E su questo credo concordi anche Lei, che almeno quando era soltanto professore a Trento, a Torino o alla Bocconi il posto fisso ce lo aveva. Quanta gente c’è, in Italia, che ha il posto fisso, se lo tiene caro e perfino gli piace starci, perché ci si diverte? Anche a studiare o a stare ogni giorno in ufficio, perfino in uno sportello, può capitare di divertirsi. Certo, cambiare è bello, anche all’interno della stessa professione o dello stesso impiego: l’insegnante si può sentire prigioniero, come il professor Aristogitone, fra quelle quattro mura (cito da «Alto gradimento», un classico), e l’impiegato assordato dal rumore dei timbri (altro classico, Totò che impazzisce allo sportello, afferra un timbro e timbra tutto quello che gli viene sotto mano). Ma il presidente, mentre si scusa su quella «monotonia», insiste a incoraggiare i giovani ad andare all’estero: senza neanche pregarli di tornare, alla moda del nostro «Master & Back» di soriana memoria.

    C’è una morale, in tutto questo? Ce ne sono tante. La prima è che Monti e il suo governo non sono quella gran sterzata a sinistra che la gente si è immaginata solo perché per far posto a loro si era dovuto alzare Berlusconi (c’è un sottosegretario che lo vuole presidente della Repubblica, e ha il coraggio di dirlo). La seconda è che qualunque mestiere si sia fatto, e lo si sia fatto nella maniera onorevolissima in cui l’ha fatto non soltanto Monti ma anche la maggioranza dei suoi ministri, la politica - che non è soltanto governo delle cose, ma anche controllo delle parole con cui se ne parla alla gente - è più difficile, più delicata e perfino più pericolosa. La terza è che - come hanno sempre detto i manuali dello stare in tv - il sedere troppo davanti alla telecamera logora chi ci va. La quarta, e stupisce che non lo sappia questa accolta di professori chiamati alle armi per salvarci la pelle a tutti, è che la televisione fa male.
    05 febbraio 2012

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