Nanni Moretti, un diario d'Italia: il regista a Cagliari

Comincia oggi al cinema Odissea la cine-maratona dedicata al regista. Domenica Moretti sarà in sala a spiegare e introdurre i suoi film.

    CAGLIARI. A partire da oggi, alle ore 16, al cinema Odissea di viale Trieste, avrà inizio la “Maratona Nanni Moretti”, che nei giorni seguenti, verrà direttamente guidata e condotta dal regista, in città fino a domenica. Al di là della lista dei film scelti dal regista, la rassegna consente di rileggere la sua filmografia come emblema della profonda mutazione sociale e culturale dell’Italia. Moretti, romano d’adozione, nel 1973 ha vent’anni è già un passato di studente al DAMS. La sua passione per il cinema non è teorica: con il lessico odierno lo si sarebbe potuto definire un “filmaker”; ma ai quei tempi c’era ancora la pellicola a passo ridotto (superotto) e fare dei film comportava un sapere ed una manualità da autentico artigiano. Culturalmente è un “post-sessantottino”, termine che si riflette nei primi film a passo ridotto: “La sconfitta” celebra il funerale di un gruppo extraparlamentare, e il successivo, dal titolo e dal contenuto dadaista, “Pâté de bourgeois”, sembra anticipare la contestazione corrosiva del’77. Infine, il terzo, “Come parli frate”, è un medio metraggio ispirato a “I promessi sposi”, e messo in scena con un Don Rodrigo (lo stesso Moretti), i cui deliri confinano con i monologhi teatrali (e cinematografici) di Carmelo Bene. Va detto infine che, la totalità della formazione e dell’esperienza filmica (Moretti è autore dei testi, regista e attore/personaggio spesso autobiografico), lo collocano in una dimensione confinante con quella dei nuovi comici italiani, più o meno coetanei (Verdone, Nuti, Troisi, Nichetti), veri e propri mattatori oltre che autori. Anche se Moretti ha sempre rifiutato questa e altre parentele - oltretutto la dimensione teatrale è estranea al regista - il clima di rinnovamento è però lo stesso. Questa considerazione prescinde dai giudizi di valore e dalle diverse filiazioni: la commedia italiana e il cinema d’autore degli anni Sessanta, percorsi a cui dopotutto appartiene anche il Moretti che, nei suoi film, schernisce Alberto Sordi e Lina Wertmuller. Il suo primo lungometraggio, “Io sono un autarchico”, girato anch’esso in superotto nel 1976, chiarisce ulteriormente il percorso esistenziale. Moretti diventa Michele Apicella, rappresentante di una generazione perduta e ridicola: è stato abbandonato dalla moglie e vive assieme al figlio a casa del padre; recita in una compagnia teatrale d’avanguardia, fa “training” con i compagni di lavoro e assiste infine al tonfo dello spettacolo, con il pubblico che scappa e che non vuole neanche discutere con il regista. Presentato nei cineclub romani, poi gonfiato in 16mm, e distribuito nelle sale d’essai italiane e europee, il film apre la strada al suo esordio professionale, “Ecce bombo”, in qualche modo seguito o appendice del primo film, con Moretti che interpreta sempre Michele Apicella. Per chi ha in mente l’ironico “aplomb” borghese del Moretti odierno, la figura di Michele (presente in tutti i primi sei film, ad eccezione di “La messa è finita”), con i capelli lunghi e i baffoni, è stata davvero una sorta di simbolo generazionale, e un concentrato di mitologie post sessantottesche, a metà strada tra il comico e il tragico-depressivo. E non caso l’estinzione di Michele, o la sua sostituzione con la figura del prete in “La messa è finita”, film già moralmente puritano (un critico definì Moretti “il Kohmeyni dei noantri”) è la premessa di tutti i successivi personaggi, cinematografici e pubblici. Di questa seconda parte della sua carriera, infatti, non ci restano solo i lungometraggi (da “Caro diario” a “Habemus Papam”, passando per “La stanza del figlio”, Palma d’oro a Cannes) ma anche una sorta di impegno come “operatore culturale” e testimone di un impegno politico che, dai discorsi in piazza per il rinnovamento della sinistra, è approdato ad un film importante come “Il caimano”, coprodotto dalla Rai ma mai trasmesso per il contenuto antiberlusconiano. Ma soprattutto, anche non mettendo in conto le interpretazioni come attore per film altrui (due soprattutto: “Il portaborse” di Luchetti, che anticipava Tangentopoli, e “La seconda volta” di Calopresti), nella filmografia del regista ci sono opere piccole e grandi ma non sempre minori. Oltre ad una sorta di rimembranza del suo passato cinefilo e dadaista in alcuni corti che verranno proiettati anche nella rassegna cagliaritana, due opere resteranno di diritto, nella storia della documentazione filmica italiana: “I diari della Sacher”, una serie di corti da lui prodotti, che trascrivono testi dell’archivio storico-diaristico di Pieve Santo Stefano, e il documentario “La cosa”, girato nelle sezioni del Partito comunista alla vigilia della sua cancellazione e della nascita, appunto, della “Cosa”, il futuro Partito della Sinistra democratica. Un pezzo di storia che forse gli stessi protagonisti della sinistra odierna avranno difficoltà ad interpretare, tanto è cambiata la società italiana.
    03 febbraio 2012

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