Arte pubblica condivisa

Igino Panzino: «Indignato per quella fontana»

    di Igino Panzino Negli ultimi anni ho partecipato a innumerevoli iniziative, alcune delle quali promosse dalla nostra amministrazione comunale, che hanno avuto come temi la partecipazione alle scelte degli indirizzi civili e culturali che la città deve darsi, nonché i progetti di pianificazione delle attività artistiche da attuarsi nei vari poli museali e nella città sotto forma di arte pubblica.

    In questi incontri è stata assicurata la massima trasparenza, disponibilità ed attenzione alle professionalità specifiche ed agli organismi che svolgono questo genere di attività, da parte di diversi amministratori o candidati tali nei momenti di campagna elettorale.

    Ormai da diverso tempo, evidentemente per via delle tristemente note vicende economiche, l'ufficio dell'assessorato comunale alla Cultura non fa altro che ripeterci, prima ancora che riusciamo a varcarne la soglia, che proprio "bambole non c'è una lira" e perciò è del tutto inutile presentare progetti artistico culturali di maggiore o minore spessore qualitativo che sia.

    Rimango perciò a bocca aperta ed in crescendo sconfortato e indignato come richiedono i tempi, nell'apprendere che il Comune ha deciso, in modo così poco partecipato, di realizzare una fontana nella centralissima via Brigata Sassari, storico crocevia che rappresenta un punto particolarmente sensibile della città da trattare con grande attenzione.

    La domanda fondamentale che mi pongo è sul metodo: perché non è stato bandito un pubblico concorso come si usa in tutto il mondo civile ormai da decenni, specie per opere permanenti che modificano aspetti consolidati e delicati come questo, o perché non è stata utilizzata la nota legge nazionale e regionale del 2% sulle opere d'arte nei luoghi pubblici, legge che, detto tra parentesi, non è mai stata presa in considerazione da nessuna delle nostre Amministrazioni.

    Questi strumenti avrebbero consentito di coinvolgere le Istituzioni cittadine competenti, vedi Università, Sovrintendenze e Accademia, e assicurare perciò una partecipazione e un confronto culturale e civile che non sembrano invece previsti dal metodo adottato dall'amministrazione, in netto contrasto con quelle forme di coinvolgimento tanto sbandierate in momenti precedenti.

    E' pertanto facile immaginare quali possono essere i danni materiali e collaterali che l'iniziativa così condotta può produrre: primo l'incertezza del risultato formale di un lavoro affidato direttamente senza una valutazione delle possibili alternative che solo un procedimento concorsuale e il giudizio di una competente commissione può assicurare (a questo proposito va ricordato che eventuali offerte di prestazioni gratuite non possono costituire merito).

    Si ha purtroppo l'impressione che quest'amministrazione, della quale peraltro sono sempre stato leale e pubblico sostenitore, abbia l'intenzione, senza soluzione di continuità con la precedente, di procedere in modo sbrigativo (cioè senza farci capire con quali criteri siano stati decisi il luogo, il tipo di intervento e l'affidamento dell'incarico) per farci trovare, ancora una volta a cose fatte, davanti all'ennesimo discutibile lavoro che va ad aggiungersi al già ben nutrito elenco di opere che ci suscitano non poche perplessità.

    Come per esempio quest'ultima specie di stazione metropolitana che svolge imprecise funzioni di finestra archeologica (non si vede un tubo), sorta in Piazza Castello alla quale aggiungo i meno dannosi, perché rimovibili, ma non per questo meno opinabili, posticci giardinetti di Piazza Azuni e dintorni, per non parlare del costruendo mercato civico.

    Queste opere sembrano avere come nobile modello ispiratore comune niente po' po' di meno che l'edilizia ordinaria, non la si può infatti definire architettura, dei nostri poveri centri commerciali di provincia, com'è stato già rilevato da altri, o forse i più arcaici modelli del centrino di pizzo in mezzo al tavolo o della bambola al centro del letto trasformati in decoro urbano.

    Per quanto riguarda i danni collaterali proviamo a chiederci, in attesa del risultato, cosa mai potranno pensare di una vicenda come questa, i giovani laureati e diplomati delle nostre Facoltà di Lettere e Filosofia con indirizzo di Storia dell'arte contemporanea, di Beni culturali, dell'Accademia di Belle Arti, del Liceo artistico, magari dotati di ulteriori specializzazioni conseguite a loro spese all'estero? Forse diranno qualcosa tipo «ma chi ce l'ha fatto fare se poi, a giudicare dai fatti, tra merito e affidamento degli incarichi non esiste la benché minima relazione?».

    Nessuno ha niente da dire su tutto ciò?
    02 febbraio 2012

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