Liberalizzando l’avvocatura si tutelano meno i cittadini

In territori ad alto rischio mafioso vedremo apparire professionisti con pochi scrupoli. Ovunque sarà il caos

    di Giuseppe Conti * Con tutta la comprensione per un Governo che si è fatto carico della imponente crisi economica e finanziaria del nostro Paese e con tutto il rispetto per professioni come quelle dei farmacisti, commercianti e tassisti, l’Avvocatura non può stare a guardare senza segnalare alla opinione pubblica le conseguenze di una liberalizzazione che non solo stravolge in maniera inquitante il ruolo di una antica e nobile professione ma nuoce gravemente alla salute dei diritti del cittadino.

    A coloro che vorranno leggere nella protesta degli avvocati una fisiologica resistenza di carattere corporativo, risponde efficacemente Franco Roberti, Procuratore della Repubblica di Salerno, che in occasione di un recente convegno, nell’esprimere solidarietà agli avvocati, ha manifestato la preoccupazione per le conseguenze della liberalizzazione della professione forense. Secondo il magistrato, «in territori che registrano la presenza di organizzazioni mafiose che si avvalgono di professionisti per controllare l’amministrazione giudiziaria, credo che la liberalizzazione debba preoccupare i cittadini». È chiaro il riferimento all’avvocato fagocitato da società di capitali che non necessariamente saranno di immacolata provenienza.

    Ma non è solo questo. Il maggiore risalto mediatico viene tributato alla eliminazione delle odiate tariffe, trascurando il fatto che d’ora in avanti, in assenza di punti di riferimento, ciascuno domanderà quanto gli pare e fra il cittadino e il professionista con pochi scrupoli avrà la meglio quest’ultimo. Così per l’obbligo del preventivo, necessariamente generico salvo improbabili facoltà divinatorie, che finirà per prevedere un tanto all’ora, una sorta di tassametro proprio come quello dei tassisti. La preoccupazione vera è che in luogo di favorire la concorrenza si aprano le porte al disordine totale dove un cittadino che volesse garantirsi una difesa dignitosa dovrà pagare uno sproposito. Con 230.000 avvocati, il nostro Paese detiene il record europeo e da più parti si sostiene che il loro numero è in qualche modo responsabile degli affanni della giurisdizione.

    La quantità, come è noto, raramente si concilia con la qualità ed i grandi numeri il più delle volte assicurano soltanto l’immissione nel mercato di professionisti scarsamente attrezzati, impegnati quotidianamente a sbarcare il lunario, con buona pace per la nobile professione. Tutto ciò nonostante, in luogo di prevedere una maggiore selezione che sappia premiare il merito e la capacità di garantire al meglio un servizio essenziale per il cittadino, si vuole facilitare ulteriormente l’accesso prevedendo il tirocinio già durante gli ultimi anni del corso di laurea, così anticipando l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. A tacer del fatto che la maggior parte dei neo laureati aspiranti avvocati denunciano allarmanti deficit non solo sul piano giuridico ma su quello della grammatica e della sintassi, qual è il cittadino disposto ad affidare la realizzazione dei propri diritti ad un avvocato che si è formato fuori dalle aule di giustizia? Qual è il giudice che deciderà serenamente di infliggere trent’anni al cittadino affidato alle cure di un difensore che non abbia maturato la indispensabile esperienza in uno studio legale sotto la guida di un professionista più anziano?

    Non si può non restare perplessi di fronte ad un intervento legislativo che trascura inspiegabilmente di considerare che alla Camera giace abbandonata la riforma della professione forense già approvata dal Senato. Frutto di una interlocuzione forte e fisiologici compromessi, quel progetto ha inteso considerare alcuni aspetti riconducibili alla liberalizzazione quali pubblicità, tariffe, disciplina, accesso, formazione e specializzazione; un intervento meditato, capace di proporre un’avvocatura moderna al passo con i tempi. Si è preferito ricorrere al solito strumento d’urgenza, forse correndo appresso alla illusione che tutto ciò favorisca concorrenza e un rapido accesso dei giovani alla professione.

    * vice presidente Unione Camere Penali Italiane
    31 gennaio 2012

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