Auditorium: «E ora pensiamo ai costi»

Sassari, gli operatori culturali perplessi parlano di gestione allargata

    di Giovanna Peru SASSARI. Trent'anni di gestazione, un'opera faraonica, di cui si iniziò a parlare concretamente nel 1982 e dopo i primi passi ridotta quasi in cenere da un incendio che la fece precipitare nel pozzo senza fondo delle incompiute. Ora l'Auditorium di Sassari ha finalmente visto la luce: 1421 posti, tre monumentali gradinate e cubature da capogiro, con costi di gestione anche a riflettori spenti destinati a far venire l'emicrania al sindaco Ganau che se ne dovrà sobbarcare l'onere. E loro, gli operatori culturali che hanno occupato spazi storici come quello del Verdi, del teatro Civico o del Ferroviario cosa ne pensano?

    «Un'occasione importante per la città», dice Barbara Vargiu delle «Ragazze terribili», abile ricercatrice di spazi anche alternativi per i suoi spettacoli. «Certo la stessa dimensione della struttura necessita di scelte artistiche importanti, uno spazio che richiede molto impegno. Una struttura molto costosa nata in altre epoche che oggi forse sarebbe stata progettata con un'altra ottica: più modulare con spazi utilizzabili anche per piccole cose. Per noi invece nell'immediato è una bella chance, stiamo trattando per avere Capossela a maggio, sarebbe bello poterlo ospitare lì. Per il resto però l'occasione va affrontata con la collaborazione delle forze in campo. Ci vuole una importante azione sinergica. Da soli non si va da nessuna parte».

    «Certo, se gli appassionati della lirica speravano di vedere l'Aida all'Auditorium se lo possono scordare. Quel palco non è in grado di contenere una scenografia di quelle dimensioni». Antonello Mattone, che dell'ente lirico Maria Luisa De Carolis è il vice presidente, pur riconoscendo la grande opportunità di crescita data da una struttura come l'Auditorium, non sottovaluta lo sforzo che questa richiede perché ci siano iniziative che coprano l'arco di tutto l'anno. «Oggi il Verdi con la prosa, la lirica e i concerti non supera i tre mesi e mezzo di attività. I probleni dell'Auditorium derivano dalla grande capienza. Per questo bisogna ampliare lo sguardo a tutto il nord Sardegna e a uno scambio organico di spettatori fra Sassari e Cagliari: una società mista pubblico-privata per la gestione, uno sforzo comune altrimenti, almeno per noi, ci sarebbe il paradosso di diminuire le recite per riuscire a riempire la sala. Va rivista l'intera politica culturale perché questo teatro ha bisogno di denaro e idee. Molto denaro e buone idee. Per il resto, dalle luci, i riflettori e l'acustica è ancora tutto da verificare».

    «Sì, però il teatro non è un tinello: sono contento delle luci, dei lampadari. Mi fa piacere, ma l'Auditorium, il teatro, deve essere è una macchina che produce storie», dice Sante Maurizi della compagnia «La Botte e il cilindro».

    «Il fatto - aggiunge Maurizi - è che è stato partorito un bambino già obeso che dovrà mangiare sempre di più per poter vivere se la politica non adotterà un respiro regionale. Sa quanto ha stanziato lo scorso anno la Regione per il teatro dal vivo? Undici milioni di euro. Troppi. Insomma, una politica seria, in periodi di magra, deve sapere dove tagliare».

    E di tagli ne sa qualcosa Carlos Cardini che ha fatto del suo circuito di film d'essai il fiore all'occhiello, nonostante ogni stagione per lui sia una disperata ricerca di spazi dove proiettare i film: «Quello dell'auditorium sarà sicuramente uno spazio importantissimo per la città nonostante gli operatori culturali siano molto preoccupati per il costo di gestione pazzesco. Ma se mi chiede se la città è pronta devo dire di no: bisogna affidarsi a qualcuno, enti o manager che vengano da fuori. E per fuori intendo anche da Cagliari, l'importarte è che ci sia un progetto artistico all'altezza della nuova situazione, perché in questi anni ho potuto sperimentare che qui a Sassari l'apertura a cose nuove è stata vissuta sempre col coltello fra i denti».

    Cardini sta pensando che all'occorrenza potrebbe trasformarsi anche in sala cinematografica? «Se servisse a rompere un regime di monopolio perché no? In fondo - dice - per vedere un film, bastano un proiettore e uno schermo. Se volessero si potrebbe fare».

    Lo scetticismo, il timore, la preoccupazione che sembrano avvolgere coloro che in città hanno fatto e continuano a produrre cultura non scalfisce minimamente Stefano Mancini, anima e motore della cooperativa «Teatro e/o Musica»: «Sì, io ho molte aspettative, un grande entusiasmo per la nuova realtà che io giudico molto appetibile. Certo, un impegno che può fare paura ma, almeno noi che produciamo 55 manifestazioni all'anno possiamo pensare che almeno dieci possano essere ospitate all'Auditorium. E' indubbio che le scelte artistiche dovranno essere legate alla possibilità o necessità di incassare di più. Io al Palazzetto dello sport non ci andrò mai, ma con l'Auditorium mi posso cimentare con artisti di grosso calibro. Avrò più opportunità. Voglio instillare il virus dell'ottimismo, la voglia di un confronto più ampio e costruttivo, l'entusiasmo per una bella avventura. Perché non c'è dubbio: il Verdi è un gioiello che va salvaguardato, ma io ambisco anche ad altro. Sono convinto che quella del teatro storico cittadino sia per la nostra produzione la dimensione giusta, ma ho l'ambizione artistica di cimentarmi in spazi più ampi. Quei 1.421 posti mi piacerebbe vederli occupati. I problemi semmai li avrà il Comune nel pagare le spese».
    29 gennaio 2012

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