Inchiesta sulla P3: un fiume di mazzette sull'eolico

Le somme destinate a Verdini, dell'Utri e Carboni. La struttura: la cupla e la base tutta sarda. Asunis e Piga prosciolti "ufficiosamente"

    di Rita Di Giovacchino ROMA. A conti fatti la conclusione delle indagini sulla P3 racconta il fallimento della "green economy" in Sardegna. E' nell'agosto 2010 che la Giunta regionale sarda mette ai voti una delibera, in aperta violazione dei regolamenti in vigore, per garantire la nomina di Ignazio Farris all'Agenzia regionale dell'ambiente. Una decisione che tanti guai avrebbe provocato al governatore Cappellacci, che oggi rischia di andare a processo per abuso di ufficio.

    Il resto è noto. A volere quella nomina era stato Flavio Carboni, l'imprenditore di Torralba, già condannato per bancarotta e imputato (poi assolto) per l'omicidio Calvi, cui la Sardegna ha sempre perdonato tutto e che stavolta si presentava forte dell'appoggio che gli veniva dai vertici del Pdl grazie all'amicizia con due big del partito, ovvero Marcello Dell'Utri e Denis Verdini. Forte anche per il patto di ferro stretto con due imprenditori forlivesi, Alessandro Fornari e Fabio Porcellini, responsabili della Sardinia Renewable energy project e della Ris Reale estate, pronti ad agguantare il vento sardo ma soprattutto a fare ciò che in Italia è sempre considerato indispensabile per ottenere un appalto. Far circolare mazzette.

    Considerata la portata del business non si sono tirati indietro e a quanto risulta dalle 65 mila pagine dell'inchiesta, ancor prima di sottoscrivere alcun accordo, hanno tirato fuori circa sei milioni di euro. Del resto a garantire erano due uomini di vertice del Pdl, pronti ad utilizzare la loro influenza politica anche per comandare all'interno della P3. I pm li indicano infatti tra i promotori e organizzatori della società segreta insieme a Carboni, Lombardi e Martino. E non erano certo i tre "pensionati" a prendere le decisioni più importanti

    In attesa di conoscere meglio cosa pensano in propositoi i pm Capaldo e Sabelli, quando le carte entreranno nella disponibilità dei difensori, la prima scoperta che emerge è che la P3 ha due livelli: uno di vertice che fa capo ai promotori, l'altro interamente composto da sardi siano essi pubblici amministratori, tecnici dell'ambiente in grado di pilotare le scelte della Regione, o prestanome su cui è gravato il lavoro di riciclare le mazzette forlivesi attraverso l'apertura di conti bancari, bonifici e assegni che dovevano occultare sia la provenienza che veri destinatari delle somme versate. Tra le poche novità è che un paio di tangenti sono finite anche in tasca a Dell'Utri, si tratta di un paio di assegni da 50 mila euro l'uno per le piccole spese. Altri 150 mila euro venivano invece divisi a metà con Verdini, anche se forse l'utilizzatore finale doveva essere Carboni.

    Carboni, sempre lui. Sembra fosse il punto di congiunzione tra il cervello romano e il braccio sardo, di cui peraltro fanno parte persone a lui legate da vincoli personali come l'ex moglie Maria Laura Scanu Concas, l'attuale compagna Antonella Pau, il tuttofare Giuseppe Tomasetti, titolare di società e conti correnti bancari che a lui si riferisocno. Ci sono poi Pinello Cossu, titolare della Tea, società specializzata in bonifiche ambientali, che è anche zio della Pau. Poi il tecnico dell'ambiente Marcello Garau e per finire Stefano Porcu, direttore dell'agenzia Unicredit di Cagliari dove sono state compiute molte operazioni sospette. Come consentire a Carboni la gestione di un conto intestato alla Pau, con tanto di prelievi e bonifici di forti somme, mai segnalate alle autorità di controllo in violazione della normativa antiriciclaggio.

    Questa è dunque la P3. Una lobby prezzolata dagli imprenditori romagnoli dell'energia e un centro di potere occulto che doveva coprire le interferenze della politica su organismi giudiziari. Su venti indagati soltanto 14 sono accusati di appartenenza a società segreta e di questi dieci sono sardi, coinvolti a vario titolo nel business dell'energia, che in realtà non si è mai realizzato, perché finora al posto delle pale sono ruotate soltanto mazzette. 800 mila euro per il coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini e il coordinatore regionale della Toscana Massimo Parisi che dovevano saldare i debiti del loro giornale e della Società editrice Toscana. Poi i 6 milioni di euro che i romagnoli forniscono a Carboni forse in seguito a uno degli incontri in casa di Verdini per discutere di appalti eolici. Una somma, scrivono i pm, destinata non solo a varare il piano finanziario per l'energia pulita ma che forniva "il sostegno economico diretto a finanziare il sodalizio e i suoi membri".

    Tutto è andato storto. Anche Ignazio Farris rischia di andare a processo per il reato di corruzione. Mentre su Verdini, già dimessosi dall'incarico di presidente del Credito Cooperativo fiorentino, si abbatte l'ultima mazzata. L'ispezione attivata dalla Banca d'Italia lo scorso anno sull'istituto di credito si è conclusa con una sanzione di 650.000 euro. Verdini dovrà pagare 105mila euro, l'ex direttore generale Piero Biagini, 75mila. Multe anche per i sei membri del cda di 60mila euro a testa e per i tre componenti del collegio sindacale (45mila euro). Proprio attraverso il Credito Cooperativo sono transitati i sei milioni versati da Fornari e Procellini. Ma di "green economy" in Sardegna non si parla più.
    10 agosto 2011

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