Chiusura in crescendo, dalla leggenda Saxton ad Atlas e Cammariere

    di Walter Porcedda  CAGLIARI. All'Eje si suona il jazz. Quello maiuscolo giunto direttamente da Harlem, New York, con il sassofonista Bill Saxton alla testa di un quartetto superlativo e uno special guest di lusso come il trombettista Charlie Tolliver. Nobiltà musicale da leggenda. Quella delle jam sessions nei locali per musicisti, dove gli hardboppers della Grande Mela si ritrovavano dopo i concerti per tirare sino a tardi jazzando in libertà. Gli anni in cui questo sassofonista, dal fraseggio fluente, la voce limpida e un pazzesco swing è cresciuto duettando con i McLean, Ayers, Barry Harris e i musicisti delle orchestre di Ellington e Count Basie. Cioè l'università del jazz. Ma Saxton, involontariamente, richiama anche leggende nostrane. Portando indietro di una trentina d'anni le lancette del tempo, agli albori delle prime rassegne allestite da Jazz in Sardegna, quando proprio il sassofonista suonò in formazione con il compianto Billy Sechi, batterista di fine sensibilità, chioccia di tutti i musicisti sardi, Fresu compreso, nonchè instancabile propagatore del verbo jazz. Esattamente come Bill Saxton impegnato nella sua Harlem a salvaguardare la memoria promuovendo la musica tra i giovani. Ed è anche da mito il set in cui il leader inanella con gli ottimi Di Gennaro al piano e Florio al contrabbasso, il "treno" Jason Brown alla batteria e il portentoso Charles Tolliver che pigia sui pistoni da emulo di Hubbard. Polvere di stelle tra «Blues for Obama» e un intrigante e giocoso «Lazy calipso».  Grande jazz insomma. Viatico indispensabile per l'ultima giornata di European Jazz Expò allestito in modo creativo e innovativo in uno spazio verde come il Parco provinciale di Monte Claro. Certo, molte cose sono da perfezionare per il futuro, ma intanto gli organizzatori di Jazz in Sardegna possono con soddisfazione incassare ad esempio il giudizio positivo di uno che di queste manifestazioni se ne intende, Carlo Pagnotta, patron di Umbria Jazz che ha definito quella di Monte Claro «una delle più belle location al mondo per il jazz».  E tornando alla giornata di domenica (che ha offerto le punte più alte della rassegna: Saxton e la rivelazione Hamasayan), si deve raccontare che gli oltre settemila che si sono sparsi tra gli otto palchi hanno potuto scoprire progetti di grande interesse. Dalle belle pagine di musica e poesia di Stefano Di Battista, elegantissime per citazioni e cesellatura, dedicate all'universo femminile, da Anna Magnani a Rita Levi efficacemente introdotte dal giornalista Gino Castaldo come il set del contrabbassista Enzo Pietropaoli, raffinatissimo e poetico. Poi la magia tra passato e futuro dei Transglobal e la mitica Natasha Atlas che ha infiammato i quattromila della Grande Arena. Le radici del buon Mario Brai in un fresco e marinaro omaggio alla poesia carlofortina, come la canzone d'autore di Cammariere.  O infine il fascino jazz al femminile di interessante impatto come Roberta Aloisio, Saba Anglana e Simona Severini. Su tutte però Filomena Campus, che unisce presenza magnetica a una voce morbida e calidissima sostenuta da un trio di fuoriclasse (Lodder, Philips e Clifford).
    31 maggio 2011

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