Consiglieri indagati: "Il carrozziere? Spesa istituzionale"

Regione, gli atti dell'inchiesta della Procura su 18 consiglieri. L’uso dei fondi per l’attività dei gruppi: viaggi nei periodi di festa e perfino bombole del gas

    di Mauro Lissia CAGLIARI. Il gruppo "Insieme per la Sardegna" sta per sciogliersi ma in cassa avanza qualcosa. La decisione è unanime: si divide. Così i consiglieri Salvatore Serra, Sergio Marracini, Carmelo Cachia e Giuseppe Giorico si fanno intestare assegni per 17mila euro a testa.

    Nessun rendiconto, nessuna fattura, neppure una spiegazione riscontrabile: una gioiosa spartizione tra colleghi di quei fondi che la legge regionale assegna ai gruppi politici per le attività istituzionali. È solo uno fra le decine e decine di episodi ai confini del grottesco che emergono dagli atti oggi pubblici del procedimento contro i diciotto consiglieri regionali accusati dal pm Marco Cocco di peculato aggravato perché avrebbero intascato o comunque speso impropriamente circa 2500 euro al mese per periodi variabili a seconda delle transumanze da un gruppo consiliare all'altro.

    A leggere i verbali dell'inchiesta giudiziaria, partita da due esposti e dal racconto dettagliatissimo della funzionaria Ornella Piredda, c'è di tutto: qualcuno si paga la bombola del gas, altri il carrozziere, altri ancora viaggi nei giorni di festa e a Capodanno, manutenzioni casalinghe, la bolletta del telefono, l'autista, la benzina per andare a casa, riviste e quotidiani, fino alle spese di rappresentanza e convitto, che poi non sono altro che pranzi e cene dove di istituzionale sembra esserci al massimo l'appetito.

    Parola d'ordine: negare. Nei faccia a faccia col pubblico ministero alcuni come Paolo Maninchedda, Peppino Balia e Pietro Pittalis riescono a venirne fuori, gli altri provano a spiegare: «Non ho conservato scontrini e fatture ma ho speso quei soldi solo per l'attività politica». Già l'ammissione di non aver rendicontato li incastra: la legge parla chiaro, ogni spesa pubblica va giustificata nel dettaglio e subito. Vale anche per i servizi segreti, l'ha stabilito la Cassazione.

    Ecco perchè, malgrado l'ex presidente del consiglio Giacomo Spissu abbia provato a tener fuori la Regione Sarda dalle norme che valgono per il resto dello Stato, la Procura si appresta a chiedere il rinvio a giudizio di tutti gli indagati. Compreso chi, come Maria Grazia Caligaris (Sdi), ha «portato un faldone che certifica il lavoro svolto in consiglio» ma non ricevute e pezze giustificative delle spese. Neppure di quelle sostenute per la benificenza «alle donne della pulizia».

    O chi, come l'attuale europarlamentare Giommaria Uggias (Idv) ha messo sulla scrivania del pm un mazzo di bollette Telecom con la partita iva del suo studio legale. Tra le spese di Uggias un viaggio a Manchester via Parigi (il pm: «Dove lavora sua figlia?» Risposta: «A Manchester, ma non ricordo perchè feci quel viaggio») mentre Pierangelo Masia faceva triangolare i soldi attraverso il collaboratore Vincenzo Dau: dalle sue tasche al partito, poi di nuovo nelle sue tasche. Alla richiesta di spiegazioni del magistrato la risposta è questa: «Speravo di ridurre l'imponibile, nei limiti di legge».

    Tore Amadu ha spiegato di aver dovuto tenere in piedi un ufficio a Sassari, in via Monte Grappa, per ricevere gli elettori: «Ho speso molto più di quanto ricevevo...» mentre Silvestro Ladu usava «per scopi istituzionali» tra cui il carrozziere per l'auto della moglie una carta di credito del gruppo. Al pm ha spiegato di aver sbagliato: «La confondevo con la mia personale, un semplice errore». Solo che quella personale era scaduta da tempo.

    Ma al di là dei faldoni di documenti sequestrati dai carabinieri negli uffici dei gruppi politici regionali 'Misto' e 'Insieme per la Sardegna', sono le ammissioni contenute nel verbale firmato da Giacomo Spissu - sentito come persona informata sui fatti - a confermare come i consiglieri fossero convinti e in qualche modo autorizzati a operare in una sorta di zona franca legale: novemila euro al mese di stipendio poi altri novemila ogni quattro mesi per «indennità di acculturamento» e ancora altri 3300 al mese per le spese di segreteria non bastavano a coprire i costi dell'attività politica.

    Così il gruppo misto chiude il bilancio con 600mila euro di uscite in un anno, di cui solo 160mila vanno al personale. Il resto sembra volare via così, tra «non ricordo» e «mi riservo di documentare» che il pubblico ministero ha annotato diligentemente nei verbali d'inchiesta. D'altronde è proprio Spissu a spiegare candidamente al pubblico ministero: «La procedura di controllo è puramente formale e contabile, non di merito, nel senso che controlliamo che le somme erogate siano spese per le voci indicate nei prospetti, ma non si controllano le pezze giustificative di spesa».

    Poi aggiunge, perchè si capisca meglio: «Non è previsto alcun controllo sulle singole voci di spesa, tale controllo è affidato al gruppo che gestisce le risorse, immagino che i capigruppo abbiano la documentazione ma non è obbligatorio». La Procura sostiene il contrario: è obbligatorio spiegare come si spendono i soldi dei contribuenti, voce per voce. Altrimenti si incorre in un reato e si finisce in tribunale.

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    19 aprile 2011

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