Coghinas, piana cancellata: Enel nel mirino

L'ente gestore della diga accusato di avere inondato la vallata senza preavviso. Danni enormi. Emergenza maltempo nell'isola. Olbia chiede lo stato di calamità naturale: "Servono subito fondi"

    di Silvia Sanna VIDDALBA. Un agricoltore guarda il vecchio ponte che non c'è più, le arance e i limoni a mollo nell'acqua: sono l'unica nota di colore in mezzo al lago scuro che ha quasi sepolto Viddalba, spazzato via carciofaie, vigneti, campi di patate. Là sotto, in questa specie di risaia, ci sono ancora vacche e maiali, annegati nella cascata rovesciata dalla diga la notte tra martedì e mercoledì. La conta dei danni è appena iniziata e c'è già una certezza: nessuno sarà chiamato a risarcirli.

    L'alluvione, da queste parti, non è una maledizione dal cielo, ma è un'esigenza tecnica. Non è la natura a condannare la valle, ma è l'uomo. Perché quando il Coghinas si gonfia e sale sino al livello di guardia, una mano si stringe intorno a una leva, spinge, apre le paratie e fa defluire l'acqua. L'Enel che gestisce la diga di Casteldoria dal 1962, non fa altro che seguire la procedura, lo impone la legge. Perciò la valle annega, ma il muro di cemento resta in piedi. Capita così ogni volta. È successo il 2 febbraio, la prima alluvione dell'anno.

    E lo stesso è accduto martedì notte, quando la piena è stata ancora più devastante. Punendo anche chi, un mese prima, era riuscito a salvare almeno in parte il raccolto e il bestiame. È una storia sempre uguale. E nella bassa valle del Coghinas, la gente lo sa. In particolare a Viddalba, il paese al confine tra la provincia di Sassari e la Gallura, si convive con il rischio di vedere da un giorno all'altro il lavoro di un anno cancellato dalla furia che arriva dal cielo e dal muro di cemento.

    Con l'amara consapevolezza di non poter chiedere indennizzi: la maggior parte degli agricoltori coltiva i terreni nella golena, lo spazio compreso tra la riva del fiume e gli argini: terra fertilissima ma vittima frequente di inondazioni, dove chi decide di investire lo fa a suo rischio e pericolo. Martedì notte le coltivazioni rigogliose sono state spazzate via dal mare d'acqua rovesciato dalla diga.

    Racconta Pasquale Pischedda, 42 anni: «Il mio vigneto, sette ettari, non esiste più». Aggiunge Antonello Deiana, 46 anni: «Ho perso cinque ettari di carciofaie. Un disastro, anche perché la produzione si annunciava eccellente». Poi c'è Alberto Muzzigoni, 46 anni, che ha visto la tempesta abbattersi sui suoi 2 ettari piantati a patate: «Il 2 febbraio si erano salvate, questa volta no, era impossibile».

    Non aveva più niente da perdere, invece, Paolo Peru, 42 anni, di Aggius: «Un mese fa la piena mi ha portato venti capi, tra fattrici e vitelli. Li avrei potuti salvare, se solo mi avessero avvisato. Sarebbe bastato un sms, un semplice messaggio. E sarei corso là». Il sindaco di Viddalba, Vito Ara, ascolta tutti e scuote la testa. Si muove come una trottola, parla al telefono e scopre che la cascata è arrivata sino a Baia delle Mimose, il residence sulla spiaggia di Badesi. Poi guarda sconsolato il depuratore di Abbanoa, anche questo a mollo, in tilt chissà per quanto. E dice: «Basta, così non va. Siamo stanchi di subire». Ara ce l'ha con l'Enel, come un po' tutti da queste parti. Che nell'esigenza primaria di salvaguardare la diga «non si preoccupa di tutelare quello che per l'ente è un bene secondario, cioè la valle e la stessa sicurezza delle persone».

    Il problema è legato ai tempi e alle modalità con cui l'ente gestore ha dato comunicazione dell'imminente rilascio d'acqua: «Un fax, arrivato in Comune martedì pomeriggio alle 16,20, annunciava l'apertura delle paratie per le 8 del mattino dopo - dice Vito Ara -. Io di quel fax sono venuto a conoscenza per caso, perchè il municipio era chiuso». Poi i tempi si sono accorciati, e la diga ha cominciato a riversare acqua già a mezzanotte.

    Quattrocento metri cubi al secondo, che in pochi minuti hanno allagato i campi coltivati nella golena, e poi hanno ricoperto strade, ponti e stazzi nelle campagne: «Non c'è stato il tempo di fare niente, neppure di salvare il bestiame. Abbiamo attivato la macchina della protezione civile per evitare danni alle persone. Ed è un autentico miracolo se nessuno si è fatto male. Ma i patti, con l'Enel, non erano questi».

    Vito Ara si riferisce all'incontro del 18 febbraio scorso, durante il quale i sindaci del territorio chiesero al gestore di «non limitarsi a rispettare il protocollo stabilito dall'ente dighe, ma di usare anche il buonsenso». Che, tradotto, significa avvisare per tempo e in maniera adeguata la popolazione. «Un fax non può bastare, così come sono insufficienti gli avvisi appesi sulle strade. Serve a poco scrivere che in una determinata settimana potrebbero esserci rilasci d'acqua».

    Molto meglio sistemare semafori, allarmi luminosi che allertino sull'imminente pericolo. E predisporre «un banale servizio di sms, da mandare ai sindaci e all'apparato di sicurezza». Non solo. Gli agricoltori, che pure sono consapevoli di non avere diritto a risarcimenti, dicono che l'Enel può limitare i danni riversando l'acqua un poco alla volta: «Che avrebbe piovuto per giorni si sapeva da tempo. Dunque perché le paratie non sono state aperte prima che il Coghinas raggiungesse il livello di guardia? In questo modo l'acqua si sarebbe riversata sui campi in maniera graduale».

    E, forse, le colture sarebbero state allagate ma non spazzate via. Impossibile, secondo l'Enel, perché «quell'acqua serve un bacino vastissimo, che comprende anche la città di Sassari e la zona industriale di Porto Torres. Non possiamo permetterci di disperderla se non in situazioni di emergenza». Secca la replica anche su un'altra questione: «Il letto del fiume è sporco e non garantisce il corretto deflusso delle acque. Ma pulirlo non spetta a noi. Ci pensino i Comuni». Loro lo farebbero: «Basta che ci diano i finanziamenti».

    La battaglia è appena all'inizio. Tanto che si fa strada l'ipotesi di chiedere la recessione della convenzione firmata dal Consorzio di bonifica con l'Enel. I comuni si candidano a gestire la diga, perché la sopravvivenza di una valle non può restare appesa alla rigidità di una procedura.

    © RIPRODUZIONE RISERVATA

    04 marzo 2011

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