Le donne italiane sono socialmente deboli

La maldestra proposta di Berlusconi all’opposizione, col suo “no alla patrimoniale”, e la mobilitazione delle donne italiane e degli uomini loro amici promossa per il 13 febbraio parlano della stessa cosa: come si esce dall’impasse in cui ci troviamo da quindici anni, per cui il nostro Stato può solo tagliare, mai spendere. È questo che ha condotto all’anomalia italiana: occupazione femminile tra le più basse d’Europa, tassi di disoccupazione tra i più alti, natalità abbondantemente al di sotto dei desideri.

Chiunque si candidi a governare l’Italia deve dirci, finalmente, dove troverà le risorse per fare le riforme di cui si sente il bisogno da 15 anni. Non attraverso un federalismo finto che aumenta le tasse, ma con una scelta limpida e comprensibile agli elettori. Le donne italiane sono socialmente “deboli”, anche se sono politicamente e intellettualmente “forti”. Troppe donne italiane non hanno, e non trovano se lo cercano, lavoro retribuito; se lo trovano è precario o sottoqualificato rispetto ai loro titoli di studio. Non ci sono, per chi ha lavoro, politiche che aiutano la genitorialità, e non è giusto fare figli se non si è indipendenti e sicure. È anche da questa questione nazionale che nasce la mobilitazione dell 13 febbraio.

Una delle cause principali di questa situazione è lo Stato sociale italiano asimmetrico, lavorista e familista. Lo Stato Sociale italiano spende troppo in trasferimenti monetari e troppo poco in servizi, e quindi non offre impiego alle donne. Si finanzia con i contributi a carico dei lavoratori e delle imprese grandi e legali e cioè tassa, e quindi riduce, l’uso di lavoro, anzichè finanziarsi con l’imposizione fiscale. Bisogna riformare profondamente lo Stato sociale e la pubblica amministrazione, utilizzando idee, competenze e sistemi di incentivi adeguati, non con intenti moralisti e punitivi.

Non si tratta di scegliere tra Stato sociale liberale e piccolo (come negli Usa) o socialdemocratico e grande (come nel Nord Europa): si tratta di creare uno Stato sociale equilibrato e simmetrico che tratti equamente uomini e donne, senza aumentare, anzi, diminuendo la pressione fiscale. Tra chi ha governato per il centrosinistra ci sono state prevalentemente persone oneste e competenti. Tuttavia non sono state efficaci quanto era necessario e quanto speravamo. Anche perchè potevano solo trasferire risorse da un settore all’altro.

Non si può spendere anche (ma non solo) perchè l’Italia ha fatto a suo tempo la scelta giusta di entrare nell’Euro. Per fare questo ha il dovere di rimanere entro i parametri del patto si stabilità: deficit al 3% del Pil, debito al 60% (che comunque superiamo). L’Italia 15 anni fa era fuori, per nostra fortuna Prodi l’ha fatta rientrare. Nell’Euro e in Europa l’Italia vuole e deve restare, pena il disastro economico.

Ma è tempo oggi di dire a noi stessi e all’Europa che le generazioni di oggi non possono continuare per sempre a pagare gli errori dei governanti di ieri. Si può scaricare in parte il nostro onere sull’intera Europa con una qualche forma di obbligazione Europea. Si deve tassare e spendere meno ma soprattutto diversamente. Patrimoniale, tassa sulla plusvalenza immobiliare, prelievo sulla proprietà mobiliare, sono proposte che indicano una via di uscita: chiedono che i più abbienti saldino almeno in parte questo conto che fa da palla al piede alla nostra economia e società da più di 20 anni. Altrimenti, come da trent’anni, il conto lo pagano le donne.

Scenderemo in piazza il 13 febbraio perché da anni troviamo umiliante il fatto che siano prevalentemente uomini a scegliere chi deve rappresentare le donne, e doppiamente umiliante che il premier facesse queste scelte usando come parametro l’aspetto fisico, e probabilmente anche la disponibilità a organizzare festini. Questa è concorrenza sleale agli uomini e alle donne competenti che dovrebbero governare l’Italia. Ma scenderemo in piazza anche perché chiediamo, esigiamo, una nuova guida politica che abbia coscienza del fatto che si deve uscire dall’impasse creato dalla croce del debito, senza uscire dall’Euro e dall’Europa. Berlusconi dicendo no alla patrimoniale mostra ancora una volta di non essere capace di fornire questa guida.

* economista del Gruppo Di Nuovo

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