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Plastwood, il gioco è finito

Le barrette di Tusacciu dal miracolo al fallimento

CALANGIANUS. Intervistato da una tv sui suoi frequenti viaggi negli Usa per vendere le barrette magnetiche, nel bel mezzo del successo della Plastwood, Edoardo Tusacciu disse che lui a New York si trovava benone. «Mi sembra di stare a Calangianus». Una spacconeria, in linea con il carattere anche troppo estroverso. Però qualcosa di vero c’era.

Perché prima del crollo del 2006, aveva imparato a stare nel mondo con una certa consapevolezza, aveva mandato la figlia a studiare a Pechino. Ora Plastwood è fallita, con un centinaio di dipendenti senza più un lavoro. E la famiglia riparte proprio dalla primogenita che da poco sta commercializzando in Europa il caricabatteria solare per l’iPhone costruito da una società Usa.

Novothink, californiana, serve un po’ come bussola per comprendere che cos’è stato e cosa può essere Tusacciu. Quel contatto arriva da lontano. Gli americani si sono ritrovati il nome di Tusacciu perché negli Stati Uniti lui aveva distribuito a metà anni Novanta le barrette magnetiche Geomag, tanto amate dai bambini che ci costruivano di tutto, nella grande distribuzione. Ambizioso, si era cercato anche un appoggio politico in Italia per sensibilizzare la politica americana in modo da poter entrare nel circuito della potentissima Wal-Mart. Sono arrivate solo promesse, quando tutti lo cercavano, la sinistra per candidarlo alle provinciali galluresi del 2005, la destra alle politiche del 2006. Aveva cenato con Berlusconi, ad Arcore, senza ottenere nulla.

La sua stella cominciava a essere meno luminosa. Persino il premio dell’aprile 2006 come imprenditore dell’anno, conferitogli dalla società di consulenza Ernst & Young, aveva il sapore dell’epifania. Perché il giocattolo Plastwood, che di giocattoli (molti) e pubblicità (troppa) viveva, si stava rompendo. La società italiana, Plastwood Srl, sede a Calangianus, era passata da 29 milioni di fatturato nel 2003, a 23 nel 2004, a 19 nel 2005, fino ad appena 11 nel 2006. Quelle barrette non tiravano più. Troppa concorrenza, quella che aveva portato via il nome Geomag a Tusacciu, costretto a ribattezzare il suo gioco Supermag. Troppi errori, dall’accordo con la Ferrari non onorato agli spot sulle reti Mediaset costosissimi. La società non stava più in piedi. Tusacciu aveva mandato via il direttore generale, al quale aveva dato piena fiducia, pieni poteri. Più tardi ammetterà: «Anche se molti errori non sono direttamenti miei, la colpa è comunque mia. Perché io dovevo controllare di più, e invece pensavo ad altro, per esempio a come realizzare nuove combinazioni con le barrette».

Più che un imprenditore, un artista. Il suo ufficio da amministratore della Plastwood, nella zona industriale di Calangianus, è pieno di quadri. Li ha fatti lui, di notte, «o quando mi veniva l’ispirazione, magari dopo un viaggio a New York». Stava lì ore e ore, a capire come far funzionare quell’azienda che aveva dato alla famiglia notorietà, dopo gli anni di fatica e pochi guadagni nel sughero.

Era una bella storia. Era ricercatissimo, si guadagnava l’attenzione dei media, sapeva fare colpo. Per l’inaugurazione del capannone, arrivò in elicottero e scese a terra con una pecora.

I dipendenti crescevano a dismisura, in quella fabbrica ce n’erano anche 250 nel periodo di massima produzione, e sembravano felici, tutelati, anche se non potevano iscriversi al sindacato.

La triplice ha infine fatto il suo ingresso, mestamente, e ha ottenuto una cassa integrazione che va a avanti dal 3 luglio 2006. È l’unico aiuto pubblico che Tusacciu ha ricevuto, dopo tutte le porte gli si sono chiuse. Ma lui, come da tradizione nel capitalismo familiare italiano, ha scommesso sulla figlia, e ora è lei che punta a fare colpo nel grande mondo degli affari, dagli Usa alla Cina.

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