Alcoa non vuole trattare e annuncia che fermerà gli impianti per sei mesi

L’amministratore delegato Toja ha ribadito al capo di gabinetto di Scajola, il consigliere Luigi Mastrobuono, la mancanza di margini per una trattativa. Lo stabilimento rischia di essere fermato per almeno sei mesi. Il prossimo incontro si terrà il 5 febbraio, ultimo giorno utile per fermare la cassa integrazione

    di Giuseppe Centore ROMA. La riunione decisiva al ministero dello Sviluppo non si è nemmeno tenuta. Era attesi i manager d’oltreoceano, ma (primo campanello d’allarme) c’erano solo i vertici nazionali di Alcoa, con l’amministratore delegato Toja. Questi si è presentato poco dopo le quindici solo per ribadire al capo di gabinetto di Scajola, il consigliere Luigi Mastrobuono, che non c’erano margini per una trattativa.

    Lo stabilimento sarebbe stato fermato per almeno sei mesi e l’azienda si riservava di comunicare solo le forme della fermata. In una Roma fredda e piovosa, la delegazione sindacale, sostenuta da una rappresentanza di sindaci prima in attesa fuori dal Palazzo poi fatti entrare, ha ricevuto da subito notizie poco rassicuranti: Alcoa non avrebbe neppure trattato e non avrebbe accettato l’ultima offerta, il decreto legge che oggi sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Dopo tre ore di confronto ristretto con i ministeriali, e per un breve periodo con una delegazione regionale, i rappresentanti dell’azienda hanno lasciato il ministero: erano disposti solo a discutere delle modalità dello stop (secondo i sindacati esiziale per la tenuta dello stabilimento) e non d’altro.

    Solo a quel punto è iniziato un frenetico tam-tam con Palazzo Chigi per cercare di spostare il confronto ai livelli più alti, ma l’azienda non si è dimostrata disponibile a trattare, ieri, neppure su questo elemento. «Non li abbiamo neppure visti - dichiara Andrea Cuccu segretario della Uilm e componente della Rsu di fabbrica - sono stati i ministeriali a dirci che non ci sarebbe stato alcun incontro». Il punto sulla non-trattativa, nel parlamentino del ministero, è stato fatto dai segretari nazionali dei metalmeccanici, Cremaschi (Cgil), Bentivogli (Cisl) e Ghini (Uil), che hanno subito chiesto l’intervento di Palazzo Chigi.

    Solo gli inguaribili ottimisti credevano a un cambiamento di rotta aziendale, ma che qualcosa non stesse andando per il verso giusto lo si era capito sin dalla mattina, quando il sottosegretario all’industria Stefano Saglia, che ha seguito per conto del ministro Scajola i momenti più caldi della trattativa, aveva sparato a zero contro la multinazionale. «Non esistono aziende che vivono senza il rischio di impresa. Credo che le condizioni che il governo ha dato ad Alcoa sono condizioni che tutte le imprese italiane sognano di notte e non possono realizzare. Le rassicurazioni che chiede Alcoa le può dare solo l’Unione Europea.

    Il governo italiano ha fatto uno sforzo immane e a volte c’è da pensare se sia giusto nei confronti delle altre imprese. Io sono sempre stato un grande tifoso degli americani, ma ora mi sono reso conto che hanno la testa dura come il marmo». Affermazione poco diplomatica, visto che nelle stesse ore montava la rabbia del governo Usa per le dichiarazioni di Bertolaso. Ma non sono state le parole del collaboratore del ministro Scajola a far cambiare idea agli americani, per il semplice fatto che la decisione sulla chiusura degli impianti italiani, è stata assunta nel corso dell’ultimo comitato esecutivo di Alcoa due settimane fa, ben prima della decisione del governo di tirare dal cilindro l’ultima carta del decreto legge.

    Secondo ambienti ufficiosi vicino all’azienda la decisione del board statunitense si è basata sulla impossibilità di avere i tre requisiti base per pensare a mandare avanti gli impianti: prezzo fisso per almeno tre anni, cifra non superiore ai 30 euro, assunzione del rischio da parte di un terzo soggetto. Tutto il resto per loro era “aria fritta”. Neppure l’ultimo decreto, esecutivo da oggi, ha fatto cambiare idea agli americani.

    Ieri notte la conferma che la trattativa è stata spostata a Palazzo Chigi. L’incontro si terrà il 5 febbraio, ultimo giorno utile per fermare la cig. Mentre a Portovesme ai cancelli cresceva la rabbia, al ministero i sindacalisti sono rimasti due ore nella saletta dell’ultima, mancata, riunione prima di venir fermamente invitati a uscire.
    27 gennaio 2010

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