Sassari, cliniche di San Pietro
Nel tunnel si sfiorano scope e operati

"Nuovo" padiglione delle Cliniche di San Pietro. Ignorate le più elementari norme igieniche. Pazienti in barella trasportati tra la folla e i carrelli delle pulizie. Cliniche piccole inefficienze quotidiane della stecca bianca: un labirinto senza indicazioni dove tutti si perdono

    di Luigi Soriga SASSARI. La sanità ha inoculato nei pazienti così tante dosi di piccole inefficienze quotidiane, da mitridatizzarne lo spirito di indignazione. Ha inibito la capacità di distinguere ciò che è normale da ciò che è inefficienza. Una mattina alle cliniche può dare un’idea del fenomeno.

    Che qualcosa non vada per il verso giusto, per esempio, salta agli occhi entrando nel tunnel della cosidetta “stecca bianca”, ovvero il candido padiglione sulla destra. L’immagine è questa: c’è un uomo sdraiato su una barella, ha gli occhi chiusi, la flebo, la mascherina e il camicione, e un portantino e un infermiere lo spingono a passo svelto. Il paziente ha appena subìto un intervento chirurgico, sulle palpebre a mezz’asta pesa ancora l’effetto dell’anestesia, lo stanno trasportando nei reparti di degenza. Dal lato opposto del lungo corridoio spunta un altro carrello. Anche lui viaggia rapido facendosi largo tra la gente. Mentre avanza si riconosce la sagoma traballante della scopa e di un secchio per lavare per terra. I medici e l’uomo delle pulizie si incrociano in un punto del tunnel, il malato e il “mocio vileda” si sfiorano. Non possono passare insieme in un budello troppo angusto, e allora la scopa fa retromarcia, si scosta in una porta laterale e dà la precedenza a una vita da salvare.

    La cosa singolare è che tutto questo capita nell’indifferenza più assoluta, all’interno di un budello di pareti bianche che ogni giorno risucchia di tutto, dai malati ai medici, da chi va sotto i ferri a chi ci è appena finito, dai carrelli porta vivande fumanti ai sacchi dell’immondizia. E tutta questa fiumana scorre tranquillamente nella stecca bianca, mischiando i propri destini e i propri germi.

    Altra immagine assolutamente ricorrente, che nell’arco di un ora, (e senza esagerazione), va in onda almeno quaranta volte. Una persona entra nel tunnel, fa dieci passi, si ferma di fronte alle prime planimetrie e cartelli. Lì cambia letteralmente espressione, aggrotta le sopracciglia e in lui sopraggiunge la consapevolezza di essere finito in un labirinto. Se è fortunato, cioè se conosce con precisione il nome del reparto e magari il primario, allora arriverà a destinazione; altrimenti sarà un’odissea di lettere di alfabeto, di scale A, B, o C e di corsie bianche ognuna uguale all’altra.

    Una signora si addentra nel dedalo senza adeguata preparazione, con nozioni logistiche un po’ vaghe. Ha rinunciato subito alla consultazione della mappa, e ora si affida alla cortesia di un camice bianco. Dice: «Sono venuta a trovare mio genero, mi hanno detto che è in oncologia, è stato appena operato». Il medico spiega che il paziente potrebbe trovarsi in tre luoghi dal nome simile ma lontani nello spazio. Nell’area riservata ai degenti, o in chirurgia, o nel palazzo Clemente dall’altro lato di viale San Pietro. Un velo di rassegnazione cala improvviso. «Faccia così, chieda a qualche parente un’indicazione più precisa, poi torni da me che le spiego la strada». Per fortuna, oltre a fornire istruzioni sulla salute, il personale medico ha imparato a dare supporto ai pazienti in itinerari, destinazione e traguardo, con la precisione di un navigatore satellitare. «Ormai fa parte del nostro lavoro - dice una dottoressa - la gente, come vede un camice, si avvicina subito per chiedere indicazioni». La cartellonistica è assolutamente insufficiente, disordinata e astrusa, e ai segnali ufficiali si affianca una selva di fogli di carta faidate. Passeggiando senza meta si può finire nella bolgia del corridoio, parallelo al tunnel d’ingresso, che ospita i vari ambulatori e l’ufficio ticket. Alle 9 del mattino è zeppo di persone in attesa, anziani in piedi perché le sedie, purtroppo non sono sufficienti. Anche sul versante della sicurezza le cliniche non se la passano bene. Di notte si può entrare nei corridoi e gironzolare indisturbati senza incontrare anima viva. Un paio di telecamere negli ingressi principali non sono certo un valido deterrente.

    E infine le vie di fuga in caso di incendio: nei vecchi padiglioni inesistenti, in quelli nuovi non segnalate adeguatamente, e talvolta, addirittura, chiuse a catenaccio.
    06 dicembre 2009

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