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Birra, una passione tutta sarda

Ecco i segreti della «bionda» che resta la preferita dal 50% dei consumatori isolani. Il consumo pro capite è di 60 litri, il doppio della media italiana

CAGLIARI. L'identità di un popolo può anche avere l'aspetto di un boccale fresco e schiumoso. Altrimenti non si spiega come sia possibile che in Sardegna il cinquanta per cento delle birre smerciate nei bar e nei supermercati appartenga a un solo marchio, quello con i «quattro mori» sull'etichetta. E che quelle stesse bottiglie escano dall'isola solo ed esclusivamente per soddisfare la domanda dei tanti circoli dei sardi disseminati nel Nord Italia. Allora viene in mente una frase di Frank Zappa: «Un Paese è veramente un Paese quando ha una compagnia aerea e una birra - diceva il mai dimenticato genio del rock - e alla fine è di una bella birra che si ha più bisogno».

 Questione di marketing? Certo, ma non solo. Anche perché per comprendere a fondo un simile "boom" commerciale non è sufficiente ricordare che in Sardegna il consumo medio annuo pro capite della bevanda al malto è doppio rispetto a quello nazionale (60 litri contro 31, con punte di 100 litri in alcune zone del Nuorese, dove si raggiungono percentuali teutoniche).

 Se si vuole davvero capire cosa si nasconde dietro questo fenomeno che all'inizio sorprese gli stessi produttori, forse la cosa migliore è dare un'occhiata allo stabilimento dell'Ichnusa, nella zona industriale di Cagliari. Magari proprio in questi giorni, approfittando del fatto che sino a sabato prossimo è in corso la manifestazione "Apertamente", una sorta di operazione trasparenza ideata dalla Federazione italiana dell'industria alimentare, alla quale ha voluto aderire anche il gruppo Heineken Italia. Obiettivo dichiarato: guidare passo per passo i visitatori all'interno del processo produttivo, partendo da quando il malto viene mescolato al mais per arrivare a quando migliaia di bottigliette scorrono in fila indiana su un circuito gommato pronte a uscire dalla fabbrica. In mezzo, naturalmente, c'è un iter di produzione ormai consolidato da quasi cent'anni (l'Ichnusa è nata a Cagliari nel 1912 per opera dell'imprenditore Amsicora Capra, che nell'86 vendette tutto alla multinazionale olandese Heineken, la stessa che dodici anni prima aveva acquisito anche la "Dreher" del mitico stabilimento di Macomer).

 Massimo Barboni, responsabile marketing dell'Ichnusa, dà la sua spiegazione sull'incredibile indice di consumo di "bionda" che si registra nell'isola. «Si tratta di fenomeni che si sono sviluppati tanti anni fa - spiega - e infatti sono molto legati alla forma di economia e al relativo stile di vita: chi lavorava in campagna poteva tranquillamente bere birra durante la giornata, cosa che non poteva e non può permettersi di fare chi lavora negli uffici». Sta di fatto che lo stabilimento di Macchiareddu sembra non conoscere crisi e dà lavoro a cento dipendenti che producono ogni anno 50 milioni di litri di birra.

 Il mito del sardo beone con il vellutino e la pancia a forma di anguria, tuttavia, va cancellato. «Vecchie caricature - spiega Matteo Deangelis, dell'Associazione italiana birrai - perché in Sardegna già da molti anni si sta consolidando il cosiddetto consumo gourmet, cioè un modo di bere la birra estremamente legato al gusto e all'abbinamento con il cibo». La tendenza, a dire il vero, sarebbe nazionale: i dati rivelano che cresce il consumo nei pasti fuori casa del sabato e della domenica, tanto che la birra ormai è a un testa a testa con il vino (40,1 per cento contro 43).

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