Fiume Santo, blitz di Greenpeace alla E.On

Assalto alla centrale, 14 ore di tensione Accordo solo dopo gli impegni di Morittu. Gli ambientalisti chiedono che Soru dia il via libera all'eolico

    di Daniela Scano e Luigi Soriga PORTO TORRES. Don Chisciotte arriva dal mare e combatte per i mulini a vento. Quando la sagoma della nave Greenpeace si staglia all'orizzonte del porto industriale, poco dopo le sei, è troppo tardi per correre ai ripari. L'arrembaggio degli attivisti coglie impreparato il personale in servizio nella centrale di Fiume Santo, ora di proprietà E.On. Tute arancioni, caschi, striscioni, ma anche cestini con le provviste e sacchi a pelo. Si arrampicano sul nastro traportatore della centrale a carbone e lo mandano in tilt. Se le loro richieste non verrano ascoltate, la Sardegna rischia di restare al buio.

    Le condizioni del commando per liberare il loro ostaggio d'acciaio sono semplici e sono rivolte a due interlocutori: il presidente della Regione Renato Soru, e i responsabili nazionali del colosso energetico tedesco subentrato a Endesa Italia nella proprietà della termocentrale. I corsari dell'ambiente protestano contro l'uso del carbone, e sollecitano maggiore attenzione sulle fonti di energia rinnovabile, il vento su tutti. Dopo 14 ore di trattative con carabinieri, polizia, digos, vigili del fuoco, dirigenti della termocentrale e sindaco di Porto Torres, la situazione si sblocca solo alle 20, quando sotto l'impianto dell'E.On si presenta l'assessore regionale all'ambiente Cicito Morittu. Solleva gli occhi verso gli acrobati che penzolano dal nastro trasportatore, poi guarda dritto in faccia Giuseppe Onufri, direttore delle campagne Greenpeace Italia. Dice: «Il nostro impegno sarà quello di allineare il Piano energetico della Sardegna al rispetto dei parametri europei, con l'obiettivo di superare entro il 2012 la percentuale del 20 per cento di produzione da energie rinnovabili». Erano le parole che Greenpeace voleva sentire.

    L'occupazione pacifica, dopo 14 ore, ha raggiunto l'obiettivo. Black-out scongiurato. La spedizione però era cominciata all'alba. La barca d'appoggio è ancorata a 5 miglia dalla costa, per l'arrembaggio silenzioso gli eco-corsari preferiscono i gommoni. Ognuno di loro porta sulle spalle pesanti borsoni con i ferri del mestiere. Lo sbarco sulla collina di carbone che alimenta la centrale riesce alla perfezione. Effetto sorpresa. È sempre così, ma ogni volta stupiscono la capacità organizzativa, quasi da blitz militare, dell'associazione ambientalista. Appena raggiunta la spiaggia di Fiume Santo, si sono uniti agli altri compagni di avventura che li attendevano da ore, nascosti nel buio della notte. Sono scivolati come ombre sopra i cancelli, e poi hanno srotolato funi, tiranti, carrucole, rampini e ganci. Quando ogni singolo attivista è riuscito a conquistare la meta, in cima all'odiato carbone o sul nastro trasportatore, l'ingegnere Francesco Tedesco ha dato l'annuncio: «Da qui non ce ne andiamo fino a quando non avremo ottenuto le risposte che vogliamo».

    Ancora prima di ricevere una risposta, comunque, l'operazione mediatica poteva doveva essere portata a termine: spettacolare e ardimentoso, l'assalto è stato scoperto dagli uomini della centrale operativa della centrale quando è entrato in funzione l'allarme. Il nastro trasportatore ha sferragliato ancora un istante e poi si è fermato, consentendo al suo carico umano di completare l'opera di aggancio delle reti dove i volontari si sono subito detti disposti a trascorrere il giorno e la notte, se necessario. Una volta interrotta l'alimentazione della centrale, il «commando» ha dettato le sue condizioni. «Chiediamo a E.On la disponibilità a rivedere il suo progetto industriale - ha dettato Giuseppe Onufri, direttore delle campagne Greenpeace Italia - e ci attendiamo che si unisca a noi nelle critiche contro il blocco all'eolico imposto dalla Regione». Il direttore di centrale, Marco Bertolino, ha raccolto il messaggio e l'ha trasmesso all'unico destinatario da lui raggiungibile, il vertice nazionale di E.On. In attesa di una risposta, come un ufficiale preso in ostaggio da un nemico poco ostile, l'ingegnere ha presidiato la «sua» centrale con tutti i suoi collaboratori.

    Il rischio di un fermo della centrale sembra lontano, la mattina presto e con dieci ore di autonomia annunciata, ma dieci ore volano quando cominciano le trattative. Si inizia col ridurre la potenza e nel frattempo arrivano anche i rinforzi. L'area si riempie di auto della polizia, dei carabinieri, mezzi dei vigili del fuoco. Arrivano alla spicciolata il vice questore vicario Giuseppe Bisogno, il capo della Digos Mario Carta, il colonnello dei carabinieri Marco Piccoli e il tenente Raffaele Castrucci. La cortesia si spreca ma è chiaro a tutti, fin dall'inizio, che le forze dell'ordine non consentiranno che la Sardegna resti al buio.

    L'attività messa in atto ieri a Porto Torres da Greenpeace era la seconda puntata di un tour contro il carbone della Artic Sunrise in Italia. La prima, giovedì scorso, era stata a Civitavecchia in nome di una rivoluzione pulita in vista della conferenza di dicembre sui cambiamenti climatici. Secondo Greenpeace la Sardegna ha il vento giusto per diventare la capitale della energia eolica. Il movimento ambientalista ce l'ha con la Regione che, invece, con il vento che tira nell'isola non intende fare energia. «Il piano energetico regionale prevede il raddoppio delle emissioni di CO2 nel 2015 - attacca Onufri -. È inaccettabile che, se l'Italia ha preso impegni internazionali ben precisi, una regione faccia quello che le pare». La richiesta è togliere ogni limite all'eolico perché, affermano gli attivisti di Greenpeace, «l'ostilità di Soru è controproducente per la Sardegna». Infatti nel 2007 la potenza eolica complessiva sull'isola ha raggiunto i 367 Mw, ma secondo un recente rapporto di Anev, potrebbe installare, nel pieno rispetto del paesaggio, circa 1.750 Mw, dando occupazione a oltre 7.000 persone e producendo circa 3 miliardi di kilowattora (il 25% del consumo interno della regione). Prodotta con il carbone, questa energia emetterebbe nell'aria oltre 2 milioni di tonnellate di CO2 all'anno.

    L'intero pomeriggio scivola via tra telefonate, tentativi di mediazione, e una centrale che gira in folle, consumando il minimo indispensabile. I vertici di E.On preferiscono non prendere posizione, standosene in disparte, attendono le mosse. Alle 19 arriva il sindaco di Porto Torres Luciano Mura e, poco dopo, l'assessore regionale Cicito Morittu. In bilico sul carbone, sul nastro che sparisce nelle fauci spalancate della termocentrale, i donchisciotte aspettano un segnale. L'assessore spiega che il piano energetico regionale è ancora da rivedere. Ci sono ancora troppe incognite e c'è l'imminente arrivo del metano che cambierà radicalmente le prospettive. «Quando le industrie che producono cemento e laterizi passeranno al metano - spiega Morittu - e quando le caldaie dei condomini non bruceranno più gasolio, allora le emissioni complessive di CO2 si ridurranno drasticamente». Un altro fattore che rivoluzionerà gli scenari sarà l'apertura dell'elettrodotto Sapei, che collegherà la Sardegna alla Toscana e consentirà di produrre maggiori quantitativi di energia per l'esportazione.

    L'isola, infatti, produce più energia rispetto al fabbisogno locale, ma una parte delle risorse si perdono perché la rete è insufficiente per sfruttarle. «L'obiettivo è di avere energia in più dalle fonti rinnovabili - dice l'assessore Morittu - sfruttare sì le ulteriore potenzialità dell'eolico, che in questo momento non possono superare gli attuali 550 megawatt, ma anche portare avanti lo sviluppo del fotovoltaico, dell'idroelettrico, e soprattutto del solare termodinamico, che sarà la vera risorsa del futuro». Sono tutte prospettive che verranno discusse al tavolo di valutazione ambientale strategica, all'interno del quale verranno sentite anche le associazioni come Greenpeace. Le spiegazioni sembrano soddisfacenti, alle 21,15 i funamboli cominciano la lenta discesa e gli attivisti fanno le valigie. Ci metteranno dentro, oltre alla soddisfazione di una missione compiuta, anche la solita sfilza di denunce: violazione di domicilio, interruzione di pubblico servizio e forse danneggiamento.
    20 ottobre 2008

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