L’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, i diari, la memoria

di Camillo Brezzi
Direttore scientifico dell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano

Il progetto “La Grande Guerra, i diari raccontano” è il frutto di una collaborazione tra l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano e il Gruppo L’Espresso in occasione di un anniversario eccezionale, quello dei cento anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale. Due eccellenze italiane che operano nei campi della conservazione della memoria e dell’editoria si sono incontrate con un obiettivo: selezionare con criteri scientifici e giornalistici migliaia di pagine di diari, memorie e lettere inedite, scritte da soldati che hanno combattuto al fronte e archiviate a Pieve Santo Stefano, per offrirle alla lettura e alla riflessione di chiunque. E ovunque. Il risultato è uno straordinario “database” che per la prima volta propone al pubblico testimonianze inedite della Grande Guerra che sono state scelte, catalogate, introdotte, trascritte, geolocalizzate, rese “navigabili” e arricchite di schede sugli autori, schede storiche e fotografie per lo più inedite. Accedere al sito rappresenta un’esperienza culturale nuova, una modalità di apprendimento diversa che interseca il livello scientifico e quello divulgativo. Avvicinare un pubblico più vasto possibile agli insegnamenti delle masse di soldati, non più anonimi, ci è sembrato il modo migliore per proseguire nel solco tracciato da chi ha pensato, e fondato, l’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano.

L’Archivio

Dopo aver partecipato alla Resistenza e girato il mondo come giornalista e scrittore, Saverio Tutino approda nella Valtiberina, in provincia di Arezzo, e nel 1984 lancia la proposta di creare un luogo, uno spazio dove si raccogliessero e poi si conservassero le memorie scritte della “gente comune”. Tutte le memorie, colte e semicolte, prodotte da donne e uomini di diverse appartenenze culturali e politiche: nobiluomini o contadini, operai e industriali, partigiani e repubblicani di Salò, emigranti e viaggiatori, precari e cervelli in fuga... Sono passati trent’anni da quando questa originale e fantasiosa sollecitazione, da parte di un intellettuale “curioso”, si è concretizzata nell’Archivio Diaristico Nazionale di Pieve Santo Stefano, vale a dire in una delle realtà culturali più interessanti a livello nazionale, una delle eccellenze per “la rivitalizzazione della memoria”. Oggi l’Archivio comprende circa 7.000 storie tra diari, memorie, autobiografie, epistolari, che abbracciano un ampio arco cronologico: dai manoscritti dell’Ottocento ai più recenti scambi epistolari via e-mail. Un patrimonio documentario unico, un patrimonio collettivo di memorie, che si è formato grazie alla costante affluenza di documenti di inestimabile valore storico e resa possibile dall’appello rivolto dall’Archivio a non abbandonare le scritture autobiografiche private e di famiglia, a non abbandonarle all’oblio delle soffitte o dei cassetti di casa, a non disfarsene. Sin dall’inizio Saverio Tutino chiama il suo Archivio “vivaio”, un termine che rimanda a qualcosa che germoglia, brulica, rumoreggia, cresce (S. Tutino, Il “vivaio” di Pieve Santo Stefano, in “Materiali di lavoro”, 1990, n. 1-2, pp. 81-91). I diari parlano e interagiscono fra loro. Anche il mondo esterno interagisce con i diari creando un legame di relazioni, di interazioni, di condivisione. Chi invia una memoria, una raccolta di lettere, un’agenda consegna nelle mani dei volontari dell’Archivio un pezzo della sua vita o quello di una persona cara. Lo affida ad altri, affinché venga conservato, letto divenendo in tal modo utile a qualcuno. Il personale che, sin dall’inizio, ha affiancato il fondatore e ne prosegue la sua attività (una vera fucina di “volontariato culturale” che caratterizza l’Archivio) non a caso si è impegnato per fare in modo che l’Archivio Diaristico non sia solo un luogo in cui la memoria è conservata. È il posto in cui i ricordi e le narrazioni di sé parlano agli altri; un monumento nazionale della memoria che accoglie studiosi e curiosi da tutto il mondo; dove i diari possono prendere la forma di libri, divenire film, documentari, spettacoli teatrali, mostre fotografiche.

Trent’anni

Non abbiamo intenzione di “celebrare” i nostri trent’anni, anche se non mancheranno iniziative a partire dall’appuntamento annuale col “Premio Pieve Saverio Tutino” (dal 18 al 21 settembre 2014), ma ci è parso significativo in questo anno collegarsi ad un altro anniversario assai più importante, il centenario della Grande Guerra. L’Italia e l’Europa si stanno avvicinando a questo appuntamento con la storia. L’arco temporale che va dal 2014 al 2018 offrirà un’occasione irripetibile per riflettere e confrontarsi sull’enorme dramma che ha coinvolto intere generazioni di cittadini europei, militari e civili, di tutte le nazioni, che hanno preso parte alle ostilità. In questo secolo la storia, la letteratura, il cinema, hanno molto raccontato questo evento. L’Archivio dei Diari vuole fortemente partecipare a questo momento di riflessione con gli strumenti unici che in trent’anni di attività è riuscito a costruire, mettendo quindi a disposizione degli studiosi, come di un pubblico tradizionalmente distante dalla fruizione di contenuti storico-culturali, la sua particolare e ricca documentazione di oltre trecento fra diari, memorie, agende, epistolari di soldati e ufficiali. Si è pensato, quindi, di dare vita al progetto Dalla trincea ai diari, in modo da far conoscere aspetti inediti dell’esperienza bellica e mettere a disposizione forme di comunicazione innovative e alternative. Nelle varie parti che compongono questo progetto, abbiamo prioritariamente avviato la digitalizzazione del fondo Grande Guerra in formato scansione e fotografico (quest'ultimo destinato ai manoscritti autografi) per poter consentire ricerche e visualizzazione di diari e memorie relative al periodo 1914-1918. Sin dalle sue origini l’Archivio si è impegnato nell’attività editoriale, coinvolgendo diverse case editrici e dando vita a varie “collane”. Nell’ultima, Storie italiane (edita da Il Mulino a partire dal 2009), pubblicheremo il volume di un giovane studioso, Nicola Maranesi, nel quale si racconterà la guerra di trincea attraverso le tappe del percorso emotivo, gli stati d’animo di chi ha vissuto mesi, anni sul fronte bellico. La letteratura “alta” ci ha lasciato notevoli testimonianze su questo particolare aspetto dell’evento bellico, e ancora oggi si pubblicano nuovi contributi, come nel caso delle “Lettere dal fronte alla famiglia. 1915-1918” dello scrittore tedesco Ernst Jünger, il quale all’inizio del 1915, appena diciannovenne, Kriegsfreiwillinge (volontario di guerra), esprimeva la sua delusione, la sua noia, in trincea, dove “spariamo troppo poco, non ho neppure esaurito un caricatore”. Senza voler creare una superflua “contrapposizione” tra illustri scrittori (anche se ancora giovinetti) e i “nostri” diaristi, proprio esaminando le testimonianze dell’Archivio sulla prima guerra mondiale ci troviamo di fronte a documenti vivi, eloquenti, che continuano a rivelare risvolti inediti dell’esperienza bellica e che hanno ispirato un’indagine che si snoda tra le emozioni e le sensazioni dei richiamati dal momento del loro arrivo in prima linea al momento, per chi l’ha potuto vivere, del ritorno a casa. Un itinerario che consente di essere al fianco di quei soldati e nello stesso tempo suggerisce riflessioni profonde sul presente, sulla reale portata delle problematiche individuali e collettive che investono il nostro tempo e le nuove generazioni. Partendo dalla documentazione utilizzata dal volume di Nicola Maranesi, l'Archivio di Pieve Santo Stefano produrrà uno spettacolo teatrale (che debutterà il 20 settembre 2014 in occasione della 30̊ edizione del “Premio Pieve Saverio Tutino”) affidato a Mario Perrotta, una delle figure di spicco del teatro italiano, vincitore del Premio Ubu 2013 quale migliore attore di teatro. Lo spettacolo è concepito per coinvolgere e sollecitare interesse verso le tematiche legate alla Grande Guerra ad un pubblico anche di non esperti e delle Scuole.

La collaborazione

Questo database rappresenta dunque una prima, innovativa iniziativa di collaborazione tra l’Archivio e l’Espresso in vista di oltre quattro anni di commemorazioni. Più in generale l’Espresso e l’Archivio dei Diari contribuiranno a garantire la massima visibilità e la massima diffusione ai brani inediti selezionati per il database, promuovendone la circolazione attraverso tutte le iniziative editoriali che caratterizzano la riconosciuta e apprezzata attività del Gruppo a livello nazionale e locale. Si avrà così modo di conoscere aspetti ignoti di una guerra di cento anni fa che molto ha significato per la storia del nostro Paese. Soprattutto sarà un modo per conoscere i nostri antenati, milioni di combattenti, molti dei quali non tornarono alle loro case e alle loro famiglie. Quelli che ebbero la fortuna di rientrare certamente erano cambiati, trasformati. Un esempio ci è offerto da uno dei “diari simbolo” dell’Archivio, quello di Vincenzo Rabito, cantoniere siciliano, “ragazzo del ’99”, “inalfabeta”, dove nelle oltre mille pagine, tutto e tanto di più racchiude, in una rete di parole fittissime, messe insieme con la macchina da scrivere quasi a formare un labirinto - ogni parola divisa dalla precedente da un punto e virgola o da una virgola - dove il lettore si perde e vaga. In questo “Gattopardo popolare”, divenuto un evento letterario in seguito alla (parziale) pubblicazione nel 2007 presso Einaudi col titolo Terra matta, entriamo ancora di più nella tragedia che è stata la Grande Guerra, per troppi versi ancora sconosciuta (come ci dimostra questa pagina di Vincenzo Rabito dedicata ai combattimenti degli ultimi giorni nel 1918). “E così, arrevammo alla prima linea austrieca, che allinea d’aria c’erino 25 metri. E se avemmo ammisorare la destanza, che prima dovemmo fare la discesa e poi passare il fiume e fare la salita, c’erino più di 200 metre di corsa, avante che arrevammo ner fiume, con quello terreno bagnato e pietre e tanto filo spenato e tante trapole che c’erono messe vorrecate. D’ognuno di noi aveva cascato 20 volte, di quelle che ancora erimo vive. Poi, stavamo con la paura, ché li austriece ci attaccavano con bompe ammano e fuoco di mitragliatrice, che d’ogni 5 di noi ni moreri 3. E quinte, quanto passammo il fiume, che poi veneva la salita, a li austriece ci veniva commito a butare bompe, e magare rozelavino crosse pietre. Quinte, per forzza, tutte dobbiamo morire. E finalmente, doppo tante soldate morte, che erino tutte morte e ferite nel fiume, abiamo conquistato la posezione. E così, tutte li bompe che avemmo nel tascapane, tutte ci l’abiammo scarrecato dentro la triceia. Che forino molto forbe, che prima che revammo noie, si ne sono scapate, queste cechine! Perché noi, quelle che per fortuna ancora erimo vive, arrevammo nella sua posizione con la scuma nella bocca come cane arrabiate. E tutte quelle che trovammo l’abbiamo scannate come li agnelle nella festa di Pascua e come li maiala. Perché in quello momento descraziato non erimo cristiane, ma erimo deventate tante macillaie, tante boia, e io stesso diceva: «Ma come maie Vincenzo Rabito può essere diventato così carnifece in quella matenata del 28 ottobre?» Che io, durante tutta la querra che aveva fatto, quanto vedeva a qualche poviro cechino ferito, se ci poteva dare aiuto, ci lo dava. Ma in questa matina del 28 ottobre ero deventato un vero cane vasto, che non conosci il padrone, che fu propia in queste sanguinose ciorne che mi hanno proposto una midaglia a valore militare …”. Questa incredibile testimonianza di guerra è solo una delle centinaia che sono giunte a Pieve Santo Stefano grazie alla sensibilità di molte persone che, in epoche diverse, hanno avvertito l’esigenza di affidare a un’istituzione preposta la conservazione della propria produzione autobiografica, o di quella di un parente o di un amico. A tutti loro l’Archivio Diaristico Nazionale esprime la propria gratitudine. Sono loro gli artefici che hanno contribuito alla realizzazione di un progetto iniziato trent’anni or sono.

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