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giovedì 09.09.2010 ore 12.42
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Università, nuove crisi e iscritti a picco

Calo del 13 per cento: tra le cause denatalità, buchi nella formazione, scarsità di lavoro dopo la laurea
di Pier Giorgio Pinna
SASSARI. Una flessione da brivido: calo medio del 13% d’iscritti negli atenei sardi, da 52.553 a 49.315, 3.238 in meno dell’anno scorso. E così raccontano che un docente, viste le immatricolazioni, prima sia rimasto senza parole e poi abbia chiesto una verifica in amministrazione: riscontro che ha però dato numeri invariati. In effetti si resta increduli a scorrere le statistiche. In totale -1.962 studenti a Sassari, il 16,7%, con 660 in meno al 1º anno rispetto al 2008-2009. E -1.376 a Cagliari, il 9,3%, -711 nel 1º anno. Un fenomeno più accentuato che a livello nazionale. Con tanti perché.

Ormai da settimane economisti, sociologi, esperti si chiedono le ragioni del decremento nelle iscrizioni. «Le cause sono molteplici ma riconducibili alle nuove fonti di crisi», spiegano tutti in coro. E in primo piano indicano problemi stringenti. Nodi insoluti nella didattica. Buchi neri nella formazione scolastica e accademica. Difficoltà insuperate nell’impostazione dei corsi sul modello 3+2. Riforme lasciate in mezzo al guado. Denatalità.

Sullo sfondo, una recessione che nell’isola non dà respiro. Travolgendo la grande e la piccola industria come il potere d’a cquisto delle famiglie. E dunque colpendo da un lato l’offerta di posti, dall’altro le capacità individuali di sostenere i propri figli. Magari da pendolari. Soprattutto quando si sa come nell’i sola il parco dei posti qualificati dopo la laurea stia continuamente restringendosi. Ma tra gli analisti si parla anche delle soluzioni per invertire il trend negativo.

Dice l’economista Daniele Porcheddu, ricercatore a Sassari: «Il calo è significativo, consistente. E a mio avviso dipende da diversi fattori. Intanto, la diminuzione delle nascite, nei primi anni di scuola in parte compensata dall’arrivo dei figli d’immigrati, nell’isola sta oggi assumendo una valenza particolare per la contrazione conseguente nel numero dei diplomati. Ecco perché la tendenza attuale si potrà interpretare meglio nel lungo periodo. Non va poi scordato il travaso verso la penisola dei ragazzi che hanno concluso il triennio in Sardegna e vogliono fare i due anni successivi in facoltà che evidentemente considerano di maggiore attrativa». Da qui, secondo Porcheddu, la necessità di controbilanciare queste spinte rendendo sempre più appetibili e competitivi gli atenei dell’isola e favorendo gli ingressi da altre regioni. Per il ricercatore, invece, influiscono poco il peso delle tasse e i costi degli spostamenti. «Il raggio geografico è ancora ridotto per chi gravita su Sassari e Cagliari e non credo che di per sé sia la ragione di un disincentivo nelle iscrizioni», è la sua conclusione.


Critico nei confronti degli assetti organizzativi, della mancanza di contromisure per arrestare l’abbandono degli studi, delle inadeguatezze in molti servizi accademici è Simone Campus, laureato in Scienze della comunicazione, ma a lungo uno dei rappresentanti degli studenti a Sassari. Che però allarga il discorso al tessuto sociale nel quale operano le due università sarde.

«Sia pure con un titolo di studio qualificato, oggi difficilmente si trova lavoro in tempi brevi - spiega - La spia, in tante famiglie, sono i fratelli maggiori: vedendo gli ostacoli che loro incontrano, molti sono spinti a rinunciare all’università e a cercarsi subito un posto da qualche parte». Altro elemento di seria difficoltà, la scarsa tenuta economica da parte di genitori sardi in crisi nera: «Problema sociale penalizzante che crea discriminazioni», dice Campus. «Ma nel 3+2 il flop maggiore mi pare lo stiano facendo le lauree magistrali, di frequente conseguite fuori dall’isola», conclude.

A leggere i dati di collocamento dopo la tesi resi noti nelle ultime settimane dalla società di ricerca Almalaurea c’è in effetti da restare amareggiati. A un anno dalla specialistica, sia a Sassari sia a Cagliari, riescono a trovare un posto (spesso precario) solo 40 ex universitari su 100.

Spiega, nell’università di Sassari, il sociologo Gigi Bua
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