Università, nuove crisi e iscritti a picco
Calo del 13 per cento: tra le cause denatalità, buchi nella formazione, scarsità di lavoro dopo la laurea
di Pier Giorgio Pinna
SASSARI. Una flessione da brivido: calo medio del 13% d’iscritti
negli atenei sardi, da 52.553 a 49.315, 3.238 in meno dell’anno
scorso. E così raccontano che un docente, viste le
immatricolazioni, prima sia rimasto senza parole e poi abbia
chiesto una verifica in amministrazione: riscontro che ha però dato
numeri invariati. In effetti si resta increduli a scorrere le
statistiche. In totale -1.962 studenti a Sassari, il 16,7%, con 660
in meno al 1º anno rispetto al 2008-2009. E -1.376 a Cagliari, il
9,3%, -711 nel 1º anno. Un fenomeno più accentuato che a livello
nazionale. Con tanti perché.
Ormai da settimane economisti, sociologi, esperti si
chiedono le ragioni del decremento nelle iscrizioni. «Le cause sono
molteplici ma riconducibili alle nuove fonti di crisi», spiegano
tutti in coro. E in primo piano indicano problemi stringenti. Nodi
insoluti nella didattica. Buchi neri nella formazione scolastica e
accademica. Difficoltà insuperate nell’impostazione dei corsi sul
modello 3+2. Riforme lasciate in mezzo al guado. Denatalità.
Sullo sfondo, una recessione che nell’isola non dà respiro.
Travolgendo la grande e la piccola industria come il potere d’a
cquisto delle famiglie. E dunque colpendo da un lato l’offerta di
posti, dall’altro le capacità individuali di sostenere i propri
figli. Magari da pendolari. Soprattutto quando si sa come nell’i
sola il parco dei posti qualificati dopo la laurea stia
continuamente restringendosi. Ma tra gli analisti si parla anche
delle soluzioni per invertire il trend negativo.
Dice l’economista
Daniele Porcheddu, ricercatore a
Sassari: «Il calo è significativo, consistente. E a mio avviso
dipende da diversi fattori. Intanto, la diminuzione delle nascite,
nei primi anni di scuola in parte compensata dall’arrivo dei figli
d’immigrati, nell’isola sta oggi assumendo una valenza particolare
per la contrazione conseguente nel numero dei diplomati. Ecco
perché la tendenza attuale si potrà interpretare meglio nel lungo
periodo. Non va poi scordato il travaso verso la penisola dei
ragazzi che hanno concluso il triennio in Sardegna e vogliono fare
i due anni successivi in facoltà che evidentemente considerano di
maggiore attrativa». Da qui, secondo Porcheddu, la necessità di
controbilanciare queste spinte rendendo sempre più appetibili e
competitivi gli atenei dell’isola e favorendo gli ingressi da altre
regioni. Per il ricercatore, invece, influiscono poco il peso delle
tasse e i costi degli spostamenti. «Il raggio geografico è ancora
ridotto per chi gravita su Sassari e Cagliari e non credo che di
per sé sia la ragione di un disincentivo nelle iscrizioni», è la
sua conclusione.
Critico nei confronti degli assetti organizzativi, della mancanza
di contromisure per arrestare l’abbandono degli studi, delle
inadeguatezze in molti servizi accademici è
Simone
Campus, laureato in Scienze della comunicazione, ma a
lungo uno dei rappresentanti degli studenti a Sassari. Che però
allarga il discorso al tessuto sociale nel quale operano le due
università sarde.
«Sia pure con un titolo di studio qualificato, oggi difficilmente
si trova lavoro in tempi brevi - spiega - La spia, in tante
famiglie, sono i fratelli maggiori: vedendo gli ostacoli che loro
incontrano, molti sono spinti a rinunciare all’università e a
cercarsi subito un posto da qualche parte». Altro elemento di seria
difficoltà, la scarsa tenuta economica da parte di genitori sardi
in crisi nera: «Problema sociale penalizzante che crea
discriminazioni», dice Campus. «Ma nel 3+2 il flop maggiore mi pare
lo stiano facendo le lauree magistrali, di frequente conseguite
fuori dall’isola», conclude.
A leggere i dati di collocamento dopo la tesi resi noti nelle
ultime settimane dalla società di ricerca Almalaurea c’è in effetti
da restare amareggiati. A un anno dalla specialistica, sia a
Sassari sia a Cagliari, riescono a trovare un posto (spesso
precario) solo 40 ex universitari su 100.
Spiega, nell’università di Sassari, il sociologo
Gigi
Bua