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Lotta finale nell’Alcoa bloccata

L'annuncio al termine dell'affollatissima assemblea: un grande corteo a Roma il prossimo 26 novembre
di Giuseppe Centore
PORTOVESME. Il lutto, la rabbia, la speranza. È stata attraversata la questi tre sentimenti l’affollata assemblea (almemo cinquecento persone) che ieri mattina si è tenuta nella sala riunioni dello stabilimento Alcoa. La morte improvvisa del responsabile delle risorse umane e il commovente gesto della famiglia hanno rafforzato nel dolore i lavoratori Alcoa e le loro famiglie. La rabbia contro l’immobilismo colpevole del governo e le affermazioni ritenute ambigue e poco serie del presidente Ugo Cappellacci, insieme con gli ammonimenti verso l’azienda, hanno portato l’assemblea a promuovere una grande manifestazione provinciale giovedì a Roma. «Partiremo in nave, e porteremo con noi mogli e figli. Vediamo se i poliziotti avranno il coraggio di picchiare anche loro. Vediamo se Scajola continuerà a raccontare balle», grida il segretario Cgil Marco Grecu. Oltre 1500 le probabili adesioni nel viaggio verso Civitavecchia in vista del vertice.

La speranza è arrivata dalla decisione dei tre operai asserragliati da più di una settimana sulla torre della cisterna dell’acqua, che ieri poco prima delle dodici, rispondendo alle richieste dell’assemblea hanno deciso di scendere. Fibrillazione. Gli stati d’animo, dietro un’apparente tranquillità, rimangono tesi. Ieri non si sono visti i dirigenti della Digos, ma solo i responsabili del commissariato di Carbonia e i carabinieri di Portoscuso, quasi a voler segnare una normale presenza per questo tipo di assemblee. Però i cancelli sono rimasti chiusi, e le billette di alluminio, pesanti cilindri lunghi quattro metri e spessi 40 centimetri, sono rimasti depositati di fronte all’unica porta aperta per impedire l’ingresso e l’uscita delle merci.

Amministratori. L’assemblea aspetta l’arrivo dei sindaci e dei politici per avviare i lavori. Alla fine si conteranno qualche consigliere provinciale, con il presidente Gaviano che però non è intervenuto, una decina sui 23 sindaci del territorio (ma i più importanti erano presenti), il consigliere regionale Pietro Cocco del Pd e il senatore Francesco Sanna. Gli altri sono rimasti a casa, forse per evitare incontri ravvicinati con gli operai. No comment. Chi invece è rimasto insieme con loro sono stati i tre dirigenti dello stabilimento: il direttore Guerrini, il vice Vittori e il capo del personale Pistacceci. Tutti parchi di dichiarazioni, anche sulla eventuale permanenza notturna in fabbrica. «Non rilascio alcuna dichiarazione. Se oggi mi sono cambiato la camicia? Certo l’ho cambiata a casa, qui vicino, ma ne ho uno stock anche in ufficio», ha detto quest’ultimo. Prendono appunti ascoltano sul tavolo della presidenza tutti gli interventi, poi vanno via. Anche per loro il fine settimana sarà lungo.


La base. «Ci ha fatto piacere - ha detto un componente della Rsu - che i dirigenti siano rimasti qui con noi. Ma lo stabilimento è di tutti noi, è di questo territorio, e non ce lo faremo scippare: lo dico anche ai dirigenti; che non provino nemmeno a pronunciare la parola cassa integrazione, perché non permetteremo a nessuno, neppure ai tecnici, già ammoniti personalmente, di mettere le zeppe per fermare le celle. Che venga l’ingegner Ramos (il gran capo di Alcoa Europa) a fermare le celle, che venga lui di persona, e poi vediamo che succede. Per le prossime due settimane qui non si farà alcuna azione, e per queste saranno le due settimane della vita. I sindaci vengano con noi il 26 a Roma, faremo sentire la voce del Sulcis a un ministro dalla coda di paglia».

I rappresentanti. I sindacalisti avrebbero voluto sapere da Cappellacci se l’accordo che evitava la chiusura, anche temporanea, mercoledì scorso era stato veramente raggiunto a Roma tra Scajola e Giuseppe Toia, ad di Alcoa Italia. «Qualcuno ha raccontato mezze verità - dice Franco Bardi, della Cgil - e forse non è stata l’a zienda». Sono stati poi i sindaci a prendere la parola, assieme ai rappresentanti delle altre aziende in crisi, per ribadire l’unità di intenti col sindacato. «Siamo e saremo con voi», dice Adriano Puddu, sindaco di Portoscuso. E Tore Cherchi, primo cittadino di Carbonia e già dipendente di Alcoa, non fa giri di parole: «Ogni giorno che passa è uno in meno. Metà dicembre è dietro l’angolo e vedo solo immobilismo. Se Alcoa si ferma, in questo polo industriale saltano 6000 posti di lavoro. Che altro deve succedere per evitare il peggio? Il 26 saremo tutti a Roma, ma le risposte le deve dare il governo. È da due anni che cincischia, sapeva benissimo cosa fare e quando per evitare questo pasticcio. Non lo ha fatto perché manca una politica industriale. E la Regione non replica nemmeno quando le bugie sono così clamorose da gridare vendetta».

Scottature. A metà assemblea lavoratori e sindaci vanno sotto alla torre dell’acqua e riescono a far scendere gli operai. Poi si rientra per le ultime considerazioni e la definizione della riunione che lunedì organizzerà la trasferta romana. «Scajola non viene? Era praticamente certo, è la quarta volta che ci brucia. Ma non c’è problema - annuncia Grecu - La Sardegna seria e responsabile andrà da lui giovedì. Quella Sardegna che si fida dei fatti, e non degli annunci a effetto».
(22 novembre 2009)
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