Duplice omicidio Falchi, le richieste del pm per i due imputati
Tutto cominciò con una razzia di bestiame per la quale venne sospettato uno degli imputati
di Galeria Gianoglio
NUORO. «Condannateli entrambi all’ergastolo: è
stato un duplice omicidio premeditato, in perfetto stile da
vendetta barbaricina». Alle 15.30 di ieri, nell’aula della Corte d’a
ssise di Cagliari, dopo cinque ore e mezza di requisitoria
durissima e dettagliata, il pubblico ministero Diana Lecca presenta
le sue richieste finali. Salvatore Citzia, 37 anni, di Macomer, e
Gonario Fioravanti, 62 anni, di Lodine, i due imputati, seduti in
aula non fiatano.
Per un’intera mattina, con due sole brevissime pause, nell’aula
del tribunale cagliaritano sembrano rimbalzare pari pari le parole
del celebre libro scritto da Antonio Pigliaru. Perché il duplice
omicidio dei fratelli di Macomer, Giovanni e Salvatore Falchi,
uccisi nelle campagne di Mulargia, frazione di Bortigali, il 10
ottobre 2003, secondo il pubblico ministero nasce, si sviluppa e
finisce proprio all’interno di un contesto del genere. Tutto
comincia da un furto di bestiame, spiega la dottoressa Lecca,
davanti alla corte presieduta dal giudice Leonardo Bonsignore. Il
furto subìto da Agostino Falchi, un cugino dei due fratelli che poi
verranno ammazzati.
Il fatto viene denunciato ai carabinieri ma, come spesso succede
in alcuni contesti agropastorali, anziché aspettare che le forze
dell’ordine seguano le loro indagini, secondo il pm c’è chi
preferisce fare giustizia da sé. E così, nelle campagne del
Marghine, tra Bortigali, Sindia, Macomer e Mulargia, si mette in
moto una imponente macchina di investigatori fai-da-te. In campo ci
sono due gruppi. Da un lato, quello che fa capo alla vittima del
furto, Agostino Falchi. Di questo gruppo avrebbero fatto parte
anche gli stessi Giovanni e Salvatore Falchi. Da un altro lato, il
gruppo che fa capo a Salvatore Citzia, indicato da subito da alcuni
come uno dei potenziali autori della razzia di bestiame. C’è chi,
infatti, sostiene di averlo visto, il giorno prima del furto,
aggirarsi con fare sospetto, nei dintorni dell’ovile di Agostino
Falchi.
Che lo stiano cercando e additando come il ladro del bestiame,
Citzia lo avrebbe scoperto quasi subito. La notizia gli arriva alle
orecchie, dice il pm Lecca in udienza, e la cosa non gli fa dormire
sonni tranquilli. Perché in certi contesti, si sa, anche un
semplice furto di bestiame è uno sgarro che può costare la vita.
Nel frattempo, stando sempre alla ricostruzione fatta dall’accusa
in udienza, chi ha subito il furto si rivolge a qualcuno per
poterlo vendicare. Si mette in azione una catena di attentati più o
meno consistenti, di minacce più o meno velate, di sospetti. Da
diverse intercettazioni emergono dialoghi inquietanti: «Dobbiamo
organizzarci per ammazzare Citzia» si sente. Citzia non attende
oltre. Non aspetta con le mani in mano che quelli dell’altro gruppo
lo cerchino per vendicarsi, dice il pubblico ministero. Preferisce
anticipare le mosse dei vendicatori del furto, e si attrezza.
Chiede aiuto a un vecchio compagno di cella: è quel Gonario
Fioravanti, pastore di Lodine, che ha accolto nel suo ovile quattro
giorni dopo che quest’ultimo è uscito di galera. «Citzia - spiega
il pm Diana Lecca - ha accolto nel suo ovile una persona accusata
di due tentati omicidi». I due si mettono in moto. Si procurano un
fucile, si preparano al giorno fatidico che arriva il 10 ottobre
2003. In udienza, ieri mattina, il pubblico ministero deposita un’i
ntercettazione fatta nelle ore prima e dopo il duplice delitto. Un
insieme di numeri, celle e tabulati, dai quali per la pubblica
accusa si evince un dato quantomeno sospetto: Citzia si rende
irreperibile dalla sera prima del duplice delitto sino a un’ora
dopo. Quando il padre lo chiama e gli chiede: «Lo sai che hanno
ammazzato Mitraglia?». Mitraglia è il soprannome di Salvatore
Falchi. Citzia risponde frettoloso e telegrafico: «E boh». Poi
cambia argomento e chiude il telefono.
A inchiodare Citzia, secondo l’accusa, sono dunque un bel po’ di
intercettazioni, a partire da quella fatta un mese dopo l’omicidio,
quando lui e Fioravanti sarebbero andati a recuperare l’arma del
delitto, non sapendo di essere sotto controllo. A carico di
Fioravanti, invece, oltre alle intercettazioni ci sarebbe anche il
fatto che è stato trovato in possesso del fucile che ha ucciso i
Falchi. Tutti argomenti attorno ai quali il difensore di Citzia, l’a
vvocato Agostinangelo Marras, e quello di Fioravanti, l’avvocato
Pietro Usai, sono pronti a dare battaglia ribattendo punto per
punto. Domani è previsto l’intervento della parte civile
rappresentata dall’avvocato Gianfranco Siuni.
(09 febbraio 2010)