C’è una strategia segreta: le centrali nucleari avranno le stellette
Con un emendamento alla Finanziaria nasce la 'Difesa Servizi Spa': potrà cedere aree per impianti energetici
di Piero Mannironi
ROMA. Le ragioni del metodo possono svelare le ragioni della
sostanza politica. Nel senso che nei percorsi tortuosi, a volte
carsici, dell’evoluzione di un processo legislativo si possono
intravedere riserve mentali, timori per una trasparenza che può
essere valutata pericolosa e, sicuramente, rinunce colpevoli al
confronto aperto. Il tutto in nome del cinico assunto del fine che
giustifica i mezzi.
È questa la premessa possibile di quello che, se confermato,
potrebbe essere considerato un vero e proprio colpo di mano per
imporre la “rivoluzione nucleare” nel nostro Paese. Più che di
sospetti, si tratta di segnali forti e inquietanti di un ritorno
all’atomo seguendo un percorso non condiviso, strisciante, e carico
di ambiguità. E cioé, creando una “blindatura” intorno alle
centrali, immunizzandole da ogni possibile conflitto o contenzioso:
mettendole le stellette. Insomma, costruendole in aree del demanio
militare. Un sistema che imbavaglierebbe il comprensibile dissenso,
sia istituzionale che popolare, creando una scorciatoia nella quale
non sono contemplate polemiche, mediazioni, e accordi.
Il grimaldello dell’operazione. Ad accorgersi di
questa strategia occulta di avvicinamento al nucleare sono stati il
senatore del Partito democratico Gian Piero Scanu e il segretario
nazionale della Funzione pubblica della Cgil, Carlo Podda. I due
hanno anche identificato il “grimaldello” dell’operazione: la
società Difesa Servizi spa. Si tratta di una società a esclusivo
capitale pubblico (appena un milione di euro) che, almeno secondo
le intenzioni dichiarate, dovrebbe soprattutto commercializzare i
loghi delle forze armate e portare così qualche euro nelle casse
della Difesa. Ma anche, almeno secondo le intenzioni dei
proponenti, gestire in modo privatistico servizi, commesse,
acquisti e vendite per conto della Difesa. Insomma, quello che nel
governo viene chiamato «un impulso dinamico ed efficiente per
svecchiare l’amministrazione militare». Ma non è proprio così.
Tutto comincia con il disegno di legge numero 1373, firmato dai
ministri Ignazio La Russa (Difesa), Giulio Tremonti (Economia e
Finanza) e Claudio Scajola (Sviluppo economico) e presentato alla
presidenza del Senato il 10 febbraio di quest’anno. L’intestazione
è davvero minimale: Misure a tutela dei segni distintivi delle
Forze armate e costituzione della società «Difesa Servizi Spa». I
loghi e i simboli militari, come si vedrà, sono però una specie di
grottesca foglia di fico, che non riesce però a nascondere la reale
portata dell’operazione. Gian Piero Scanu, in commissione Difesa,
capisce che c’è qualcosa che non va. Prima di tutto, la
denervazione del sistema amministrativo e burocratico delle forze
armate. Ma sarebbe più giusto parlare di processo di spoliazione
delle competenze e delle autonomie amministrative dell’apparato
della Difesa.
Dice il senatore del Pd: «È apparso subito evidente il tentativo
di privatizzare una parte importante della pubblica amministrazione
come quella militare. Per questo, come gruppo, abbiamo chiesto una
serie di audizioni in commissione: vertici militari, rappresentanti
della logistica e della struttura amministrativa della Difesa, ma
anche rappresentanti della Corte dei Conti e dell’Authority per la
concorrenza. Inutile dire che quasi tutte le nostre richieste sono
state cassate. Eppure, il regolamento del Senato prevede che le
richieste di audizione debbano essere accolte, almeno che non
vengano considerate ostruzionistiche. Mi chiedo cosa ci sia di
ostruzionistico nel sentire, per dire, il comandante generale dell’A
rma dei carabinieri! È però importante riferire subito la
riflessione politica che facemmo in quella prima fase: se si
privatizza questo pezzo importante di pubblica amministrazione, è
evidente che si apre la strada per privatizzare altri settori come
la scuola, la giustizia e la sanità».
C’è un’altra anomalia che colpisce Scanu e poi il segretario
generale della Funzione pubblica della Cgil, Carlo Podda: il
consiglio d’amministrazione della società Difesa Servizi Spa è
nominato dal ministro della Difesa e, nel disegno di legge firmato
La Russa, Tremonti e Scajola, non sono previsti tempi o scadenze di
mandato.