Appalti G8, l'ira di Soru: "La Regione chieda la ripetizione della gara per gli hotel"
L’ex governatore: ero un elemento di disturbo in un sistema che non rispettava le istituzioni
LA MADDALENA. La sua campagna elettorale era cominciata alla
Maddalena. In modo duro, un po’ come il suo carattere. «I militari
americani devono andare via, e devono tornare solo come turisti»
disse il 18 febbraio 2004, cominciando così il suo cammino verso la
presidenza della Regione. Renato Soru era stato netto, nonostante
La Maddalena si dividesse accesamente tra “Usa sì, Usa no”. Una
scelta di campo che, complice l’addio della Us Navy, ha difeso con
determinazione. Fino a far indicare l’isola come sede del G8, lo
«strumento del cambiamento».
-
Soru, il G8 è stato un colossale fallimento?
«Un vetro rotto o un mattonella saltata dentro gli hotel
alla Maddalena non possono autorizzare nessuno a parlare di
fallimento. Diciamo che è un progetto - uno straordinario progetto
di riconversione economica, sociale e anche culturale - che si è
interrotto».
- Lei è un po’ il padre di quel progetto. Qual è ora il
suo stato d’animo?
«Il G8 ha tanti “padri”. Eravamo nel 2007, l’Italia
doveva organizzare il G8 del 2009, Prodi era il presidente del
consiglio. Ricordo che per il G8 si pensava a un’isola, in modo che
fosse facile da proteggere. Prodi stava pensando a Capri. Con il
sostegno di Enrico Letta, sottosegretario, e di Arturo Parisi,
ministro della Difesa, infine decise diversamente. Io proposi a
Prodi di farlo alla Maddalena. E lui mi chiese se ero sicuro di
farcela. Posso dire che li aveva convinti il progetto».
- Quello del “via i militari, ecco i turisti” lanciato
alla Maddalena in campagna elettorale?
«E’ ovviamente una cosa più complessa. Io mi sono
occupato della Maddalena con convinzione, con coscienza. Mi ero
impegnato perché la base militare degli americani andasse via. L’ho
fatto anche per ragioni di sicurezza e perché pensavo che fosse una
fonte di potenziale pericolo per la salute dei cittadini. Ma,
compiuto quel passo, dovevo dare un’alternativa economica e
sociale. Il G8 doveva essere lo strumento, e in parte lo è stato,
per rendere praticabile un’economia turistica, basata sull’i
ndustria nautica».
- Bertolaso ha avuto il merito di credere a questo
progetto, almeno inizialmente.
«Finché Prodi è stato presidente del consiglio, Bertolaso
è stato molto corretto. Chiamava la Regione, concertava tutti gli
interventi. Del resto, Prodi, nell’ordinanza sul G8, stabiliva che
la struttura di missione doveva essere al servizio della Regione e
della presidenza del consiglio. E così è stato fino a quando non è
arrivato Berlusconi».
- Perché, che cosa è cambiato?
«La struttura di missione si è sentita più libera. Io ho
conosciuto Bertolaso e ho potuto apprezzare le sue grandi capacità.
Penso alla campagna antincendi. Nella gestione della Maddalena non
ho riscontrato altrettanta efficienza e competenza. C’era un budget
iniziale, tutto poteva essere realizzato con quei soldi. Poi,
improvvisamente, i prezzi sono schizzati. Voglio raccontare un
piccolo particolare. Potrà sembrare insignificante, ma a mio parere
non lo è. Il porto dell’ex arsenale aveva uno straordinario
banchinamento in granito, del 1800. E’ stato cancellato, ricoperto
con altro granito. Una spesa dannosa per la storia di quel posto, e
per le casse pubbliche».
- Lei ha avuto più volte scontri con la struttura di
missione, il suo carattere era messo sott’accusa...
«Il mio carattere non c’entra niente. Io non avevo forza
per le mie qualità personali, ma perché me la dava la Sardegna e
perché avevo la volontà di rappresentarla, quella forza, a difesa
degli interessi della Regione».
- Infatti, in una telefonata del gennaio 2009, Bertolaso
mostra di essere felice perché lei non è più presidente e perché
può fare i bandi per gli alberghi come gli piace.
«Questo non lo so. Quella telefonata dimostra almeno due
cose. Intanto che io non facevo parte di quel vasto sistema che
oggi viene contestato. Anzi, ero un elemento di disturbo. Ma più
ancora fa capire che non si aveva più il necessario rispetto delle
istituzioni democratiche della Sardegna. Ero in campagna elettorale
e non ero già più presidente, ma c’era un vicepresidente, Mannoni,
con il quale Bertolaso avrebbe dovuto concertare i bandi di gara.
Invece sono stati calpestati i diritti della Sardegna, e stanno
continuando a farlo ancora di più dopo quel febbraio 2009».