Alcoa, la fabbrica-gioiello in declino dopo i tagli decisi dai nuovi manager
Gli operai che bloccano lo stabilimento: «Nel giro di due anni è cambiato tutto»
di Giuseppe Centore
PORTOVESME. Le billette (grandi sbarre lunghe
quattro e spesse mezzo metro) di alluminio bloccano ancora gli
ingressi. Le bandiere sono conficcate tra le sbarre. Sono decine.
Intorno il silenzio. La protesta in Alcoa non ha bisogno di
clamore, bastano gli atti. «Nessun pezzo di alluminio uscirà da
qui. Solo il camion per la Sardal di Iglesias potrà varcare i
cancelli». Rino Barca è il segretario della Cisl. I suoi delegati
raccontano di una comunicazione informale dell’azienda: se non esce
il materiale non si pagano gli stipendi il 30 novembre. «Non
scherziamo, per favore. Non vogliamo neppure ipotizzare azioni del
genere. Sappiamo che il blocco creerà problemi ad altre imprese;
una azienda romana metterà i lavoratori in cig se non riceverà i
carichi, sino al 26 qui non si muoverà nulla». La voce è arrivata
anche a Franco Bardi, Cgil. «Provocazioni, follie impossibili, a
meno che non amino il brivido dell’imprevisto».
Davanti ai cancelli si raduna una piccola folla, arrivano i figli
degli operai, si monta una tenda per i turni di controllo, e le
moglie e le compagne degli operai “bacchettano” la moderazione
sindacale. Il tempo è scandito dalla vecchia Punto dei carabinieri
di Portoscuso, che ogni dieci minuti passa davanti al presidio. Lo
farà per quasi tutta la mattina. Claudia dà voce alla rabbia.
«Vogliamo vedere polizia e carabinieri qui davanti, devono sentire
che la pressione è invariata; dovevamo fare i turni e dormire in
fabbrica». I sindacalisti ricordano il calendario di impegni,
fittissimo, e poi alzano lo sguardo al cuore dell’impianto di
fronte all’ingresso: non parlano per un secondo e poi indicano un
puntino in alto, lontano. «Volete vedere come è cambiata la Alcoa
in questi due anni? La risposta è davanti ai vostri occhi».
È la ruggine. L’immagine di quella che un tempo era una fabbrica
quasi lucidata con olio di gomito adesso è ben diversa. La ruggine,
la stessa che si vede nelle altre fabbriche della zona invade i
perimetri dei serbatoi, i canali adduttori di materie prime, blocca
i rubinetti delle manichette lungo i viali, rende irriconoscibili
le recinzioni. Sono passati due anni ma sembrano decenni. A
Portovesme si mantengono primati invidiabili altrove, la durata
media delle celle elettrolitiche da dove si ottiene il metallo è di
due anni e mezzo, il riavvio a seguito di una fermata è di solo 48
ore, ma secondo i sindacati la fabbrica vive di un prima e di un
dopo: il discrimine è rappresentato dal cambio di direttore, al
posto di Frank Briganti (adesso a Dubai a dirigere un impianto
analogo della concorrenza araba, ma tre volte più grande), tredici
mesi fa arriva Marco Guerrini, 44 anni, esperienze nelle acciaierie
Lucchini. Gli ordini sono chiari: tagliare tutto e anche di più. I
risultati, si fa per dire, arrivano questa estate; una sessantina
di celle elettrolitiche vanno fuori controllo, fuoriesce fluoro che
inquina l’ambiente: indagine della magistratura, e arrivo dei
tecnici d’oltreoceano. Le celle vengono bloccate (un quarto del
totale) e oggi sono quasi tutte sostituite, ma stranamente sono
ancora ferme. È come se Alcoa non avesse fretta di riavviarle;
forse il crollo dei prezzi del metallo, ma non le prospettive e
medio termine, consiglia di tenerle ferme.
Il sindacato non lo manda a dire, la causa primaria sono i tagli
indiscriminati «e stupidi» alle manutenzioni ordinarie, «quelle
straordinarie sono come Babbo Natale». Ne sanno qualcosa i
dirigenti di Asi impianti, una delle maggiori ditte presenti in
fabbrica, che ha perso il 30 per cento di commesse. «Prima si
rimaneva anche oltre il turno per completare il lavoro, adesso
parlare di straordinari è come bestemmiare».
E la ruggine avanza, inesorabile, quasi il simbolo del degrado, sia
pur modesto, dello stabilimento. “Il direttore meno 30 per cento”,
così viene chiamato Guerrini, si circonda di forze giovani;
consiglia il ricambio nell’area della gestione del personale, e al
posto di Franco Galletti chiama un giovane consulente. «Ci è stato
detto che Galletti era troppo coinvolto col sindacato. Ma quando
mai! L’ingegner Galletti era uno di noi perché amava lo
stabilimento - dicono Bardi Barca e Straullu - non perché favorisse
il sindacato. Era una controparte leale e col cuore che si opponeva
a tagli incongruenti alle manutenzioni».