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Il futuro della Carbosulcis tra ricerca e incentivi a rischio

IGLESIAS. La Carbosulcis di qualche anno fa è solo un ricordo. Una silenziosa ma ferrea cura regionale, di quelle che piacciono al presidente Soru, ha trasformato quello che era il simbolo dei carrozzoni degli anni Ottanta, in una azienda se non all’a vanguardia certamente tra le protagoniste nel settore della ricerca e dell’innovazione di processo.

Ecbm, Css e Ucg sono le nuove sigle dei business che potrebbero sorgere al lato di quello più tradizionale, ma necessario, di estrazione del carbone. Con la prima, la Ecbm (enhanced coal bed methane) si prevede il recupero del metano dai giacimenti di carbone in sottosuolo. Con il Ccs (carbon capture and storage) si cattura e si immagazzina l’anidride carbonica prodotta dalle industrie che bruciano fossili nei siti geologici adatti, tra i quali i giacimenti carboniferi e quelli cosidetti salini acquiferi profondi. Con l’Ucg (underground coal gassification) si lavora per gassificare il carbone direttamente nel sottosuolo. Questi tre processi, insieme ad altri sono nei programmi a breve di Carbosulcis, all’avanguardia nella ricerca secondo le linee guida dell’Unione Europea.

Ma non è con i programmi avveneristici che l’azienda potrà rimanere in piedi. I due miliardi di tonnellate presenti nel sottosuolo tra Gonnesa e Portoscuso hanno una sola destinazione logica: quella di venire estratti e lavorati. Per questo servono giovani e competenti energie, e la Carbosulcis di oggi ha una età media più bassa e un livello di preparazione tecnica molto più alto anche del recente passato. Il carbone Sulcis si porta appresso però due handicap che negli anni scorsi sono risultati decisivi per bloccare qualunque progetto di espansione: l’alto contenuto di zolfo (6 per cento) e un potere calorifero tra 5 e 6mila chilocalorie per chilo.

Lo zolfo non è più un problema, soprattutto se il carbone venisse mischiato ad altro minerale, e la tecnologia oggi sa sfruttare al meglio anche valori calorici così bassi. Il principale problema è che il carbone Sulcis per una scelta che allora sembrava vincente e che oggi viene indicata da molti come la fonte principale dei guai, per un decreto del presidente della repubblica, può essere usato solo in loco con una tecnologia, quella della gassificazione che oggi non è la più adatta. Solo con queste due condizioni possono arrivare i fondi che abbattono il costo alla produzione del chilowattora e rendono la realizzazione dell’operazione centrale+miniera un affare. Intorno alla concessione integrata ruotavano tutte le altre tessere del mosaico energetico, dall’e olico a Portovesme alle tariffe agevolate. Se il carbone prende la strada di Fiumesanto il castello cade.


Certo, si può sempre dire che questa sarà la soluzione transitoria in attesa della definitiva, ma intanto Endesa-E.On ha firmato un protocollo di intesa con la Regione che prevede oneri e onori. Gli oneri, vendita di energia al sistema “Regione” a un prezzo di 50 euro a megawatt (oggi un buon prezzo per l’acquirente), sono attivi da un anno. Gli onori, sono solo sulla carta. Forse l’arrivo del carbone e del suo “tesoretto” potrebbe rendere quel protocollo più digeribile. Ostacoli politici nel territorio paiono non essercene. Ostacoli tecnici neppure.

Se tutta l’energia che venisse prodotta in Sardegna fosse “in eccesso” il cavo sottomarino (al ministero dello Sviluppo economico si pensa già di aumentarne la capacità dai 1000 in realizzazione a 1500 megawatt, oggi sono solo 300) che collegherà dal 2010 Fiumesanto con la penisola renderebbe ancora più appetibile il mercato sardo, sino a ieri sofferente di un duopolio Enel-Endesa, principale artefice dell’alto livello dei prezzi.
(27 giugno 2008)
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