«Sull’isola le mani dei poteri forti»
Soru riparte da Sardegna democratica: per costruire il vero Pd
di Piero Mannironi
Cagliari. C’era chi diceva che era politicamente finito, che la sua
buona stella fosse impallidita fin quasi a svanire, dopo aver perso
il duello con Ugo Cappellacci (anche se lui tiene a chiarire: «Ha
vinto Berlusconi, per giunta, giocando la partita con le carte
truccate»). E invece Renato Soru, dopo una pausa che ha dedicato a
rimettere le cose a posto a Tiscali e all’Unità, ricompare sulla
scena politica tirando fuori dal cilindro una nuova magia: sabato
appuntamento a Sanluri per dare vita all’associazione “Sardegna
democratica”.
Nel day-after dell’annuncio si riconcorrono voci e “boatos” secondo
cui Soru si starebbe preparando a creare un nuovo partito. C’è
anche chi ipotizza che l’associazione sia stata ideata per “
assorbire” il Partito democratico sardo. Quasi una sorta di
cannibalismo politico. Lui, Renato Soru, appare molto sereno. Nella
sua casa luminosa di Bonaria smentisce queste voci. E spiega l’a
nima vera del suo nuovo progetto: Sardegna democratica deve
diventare un serbatoio di idee, il teatro di un confronto politico
e la palestra di una nuova classe dirigente del centrosinistra in
Sardegna. Non in antitesi o, in prospettiva, egemone rispetto al
Pd, ma solo uno strumento per rafforzare la politica delle idee e
della partecipazione nel Partito democratico.
Cos’è davvero Sardegna democratica? Forse l’embrione di un
nuovo partito, oppure un contenitore nel quale in futuro “travasare”
il Pd sardo?
«Ma no, niente di tutto questo. L’idea di creare quest’a
ssociazione, che verrà alla luce sabato a Sanluri, è il tentativo
di dare una risposta a una domanda, forte e appassionata, che
abbiamo percepito nel corso della campagna elettorale. E cioé un
desiderio di partecipazione e di discussione, che è poi un segnale
di volontà di riavvicinamento alla politica. Magari superando i
limiti dei modelli forniti oggi dai partiti».
Ma lei parla di apertura di sedi di incontro in ogni
provincia e in ogni paese. E’ facile pensare al primo passo verso
un’organizzazione.
«E’ tutto molto più semplice. L’avventura elettorale è
stata un’esperienza straordinaria, umanamente e politicamente.
Soprattutto nei giovani c’era una dichiarata richiesta di
ricostruire un dibattito reale, di ritrovare anche materialmente
dei luoghi nei quali discutere di politica. Penso che questo
patrimonio prezioso di fiducia e di speranza, ma anche di voglia di
impegnarsi in prima persona nella costruzione di un progetto o per
sostenere idee condivise, non possa andare disperso e debba avere
una risposta».
Allora possiamo parlare di uno strumento per aiutare la
maturazione del Partito democratico?
«Certo. Il mio impegno era e resta quello di contribuire
alla costruzione di un vero Partito democratico sardo. L’a
ssociazione va vista in questa ottica, come strumento intermedio di
dialogo tra la gente e il partito. Il primo obiettivo, quindi, è
quello di rafforzare politicamente quel sentimento diffuso di
difesa dell’idea di una Sardegna dei diritti e delle
responsabilità, completamente alternativa al modello berlusconiano.
E, quindi, alternativa anche alla maggioranza di governo regionale
che la rappresenta».
Lei parla anche di “volontà di affrancamento ed
emancipazione del popolo sardo” e di “aspirazione all’a
utodeterminazione”. Sono concetti che riportano alla tradizione
sardista...
«E’ vero, alla tradizione più nobile del sardismo.
Sappiamo tutti che il sardismo diffuso è un sentimento reale e
profondo. E’ un percepire e condividere alcuni valori culturali. Mi
sembra che la nostra esperienza di guida alla Regione sia stata
proprio in sintonia con questi valori. Come la difesa della
memoria, della tradizione e dell’ambiente, che abbiamo cercato di
coniugare con l’innovazione e il buongoverno».
Lei parla anche di nuova classe dirigente.
«Mi sembra che questo non sia un problema solo sardo, ma
sia uno dei temi più sentiti nel dibattito all’interno del Pd in
tutto il Paese. Se l’associazione sarà teatro di dibattito, sarà
anche il modo migliore per far emergere intelligenze e sensibilità
nuove. Cioé, una nuova classe dirigente».