Stupro in discoteca: condannati a 5 anni

Due giovani di Uras colpevoli di violenza sessuale e lesioni: hanno approfittato di una trentenne ubriaca al Buddha Beach

CAGLIARI. Portata fuori dalla discoteca Buddha Beach, colpita al volto con un pugno e stuprata nel piazzale, fra le auto in sosta. Per il gup Cristina Ornano quella compiuta su una trentenne il 13 giugno 2010 è stata una terribile violenza sessuale, resa facile dalle condizioni della vittima: completamente ubriaca. La sentenza è conseguente: cinque anni di reclusione a Nicola Fenu (35 anni) e a Massimo Pinna (37) entrambi di Uras, che quella sera di inizio estate erano arrivati a Quartu per festeggiare l’addio al celibato di un amico. Il giudice ha imposto agli imputati, colpevoli anche di lesioni personali pluriaggravate, il pagamento immediato di una provvisionale di cinquantamila euro alla parte offesa, rappresentata nel giudizio dall’avvocato Massimo Pacini. Il pm Sandro Pili aveva chiesto quattro anni e quattro mesi, i difensori Luigi Concas e Francesco Atzeni l’assoluzione, basata su una tesi sostenuta fin dalle prime battute dell’inchiesta: la giovane donna era consenziente. Tesi che il pubblico ministero e il legale di parte civile hanno smentito mostrando al giudice le certificazioni mediche rilasciate alla giovane dal pronto soccorso del Brotzu: abrasioni agli arti, ecchimosi diffuse in tutto il corpo e sul volto. La conferma - per l’accusa - che la donna è stata pestata, trascinata sull’asfalto del parcheggio e violentata. Il tutto grazie a condizioni psichiche pesantemente alterate dall’alcol: l’accusa ha dimostrato che ancora il giorno dopo, trascorsa la notte in uno stato di semi-incoscienza, la donna ha vomitato più volte. Ecco perché non è andata subito al pronto soccorso o a un posto di polizia: il suo stato non glielo consentiva.

Opposta la ricostruzione della difesa: per gli avvocati Concas e Atzeni la donna era sbronza, ma non al punto da non capire quanto stava accadendo. Sarebbe stata lei a uscire coi due giovani dalla discoteca, sempre lei sarebbe tornata con loro abbracciata. Segno chiaro, quest’ultimo, che non poteva essere la vittima di alcuna violenza. Ma questa tesi alternativa non ha convinto il giudice

Ornano: le ferite, i lividi, il racconto della vittima bastano a dimostrare che l’accusa è fondata.

I difensori potranno ricorrere in appello contro la sentenza di condanna, non appena saranno note le motivazioni elaborate dal giudice, tra un mese e mezzo. (m.l)

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